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Il blog di Guido Vitiello

Tutti dentro

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1960eb7551d116ac7294c26c8bb0468f_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyAndiamo, non pretenderete mica che io prenda sul serio una fiction in cui Marcello Dell’Utri cita a memoria l’anonimo medievale della Nube della non conoscenza nel bel mezzo di una riunione di Publitalia? In cui Piercamillo Davigo, con due occhialoni da ragionier Filini e una vocina santimoniosa, sussurra al giovane poliziotto intemperante che “noi non prendiamo scorciatoie, noi siamo la legalità”? In cui Accorsi, pubblicitario ex sessantottino, improvvisa uno spot elettorale declamando una pagina di Petrolio di Pasolini, dono dello stesso Dell’Utri? Grazie al cielo 1992 è finita, e possiamo tornare a occuparci di cose serie. Ora, com’è noto, in Italia l’unica cosa seria è la commedia.

Apro Il cervello di Alberto Sordi (Adelphi), versione espansa di un vecchio libro di Tatti Sanguineti sullo sceneggiatore Rodolfo Sonego, e corro alle pagine che riguardano Tutti dentro, il film del 1984 che ha fama di essere una profezia di Mani pulite. Se qualcuno non lo ha visto, glielo rovino io: Sordi è un magistrato che eredita una grande inchiesta sulla corruzione da un anziano consigliere che gli raccomanda, citando Talleyrand, pas trop de zèle. Ma lui di zelo ne ha molto, spicca centinaia di mandati di cattura, mette dentro politici, faccendieri, imprenditori, massoni, uomini di chiesa e di spettacolo, finché il suo metodo fondato sul sospetto generalizzato non gli si ritorce contro, lo trovano a cena con due indagati e finisce in manette. Leggi il seguito di questo post »

Hotel Gramsci

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Schermata 2015-04-26 a 17.13.12Suonano alla porta, accosto l’occhio allo spioncino. Non aspetto nessuno, quindi si tratta di individuare la tipologia di seccatore. Le varianti principali sono due: 1) Studente trasandato, ma non per vezzo come quelli del DAMS, piuttosto uno che pare sbucato dall’Università di Pietroburgo del 1870, con una barba che all’inesperto può far pensare a un hipster ma in realtà è quella di un narodnik russo che prepara un attentato allo zar: facile, è un venditore porta a porta del giornale “Lotta Comunista”; 2) Bellimbusto in camicia bianca e denti bianchi, generalmente abbronzato, il nodo della cravatta un po’ allentato e una cartellina sotto il braccio: facile anche questa, vuole rifilarmi un contratto di telefonia o al limite è un promotore finanziario. In entrambi i casi, sprangare la porta e simulare uno stretto accento di Manila per annunciare che il signore, poverino, è morto. Immaginate però di guardare un giorno dallo spioncino e trovarvi davanti un giovanotto in camicia bianca con un sorriso tutto denti e… una mazzetta di “Lotta Comunista” sotto il braccio. Straniante, vero? Se ci riuscite, avete l’essenziale per capire Diego Fusaro. Questo giovane filosofo ha stravolto le regole del mio “Indovina chi”. La prima volta che l’ho visto, in un talk show, mi sono sentito come Hegel a Jena quando vide Napoleone a cavallo: ecco, mi sono detto, oggi mi è apparso lo spirito del tempo berlusconiano-renziano! Poi però diceva cose come “lotta delle classi subalterne contro il capitale”, e di colpo mi ritrovavo nel 1917. Che pensare? Il conflitto tra l’apparenza e la sostanza di Fusaro, o diciamo pure tra la sua struttura e la sua sovrastruttura, è filosoficamente inebriante. Può un promotore finanziario vendere Marx porta a porta? Nel dubbio ho guardato dallo spioncino il suo nuovo libro, Antonio Gramsci (Feltrinelli), solo le prime righe: «Nel 2014 si è diffusa la notizia che, in piazza Carlo Emanuele, a Torino, sulle ceneri della casa in cui Antonio Gramsci abitò dal 1919 al 1921, fondando “L’Ordine nuovo” e gettando le basi del futuro Partito comunista, sarebbe dovuto sorgere un albergo di lusso. Dotato di ogni comfort, ostentatamente sfarzoso, dislocato su cinque piani, il nuovo albergo si sarebbe chiamato “Hotel Gramsci”». Lui ci vede un segno dei tempi, l’asservimento della sinistra al capitale, roba forte. Io però mi fido più della sovrastruttura, e se mai dovessi entrare all’Hotel Gramsci immagino che al banco della reception, con un sorriso smagliante, troverò Diego Fusaro. Leggi il seguito di questo post »

Written by unpopperuno

aprile 24, 2015 at 5:13 pm

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Come una maionese, ma peggio: abbiamo lasciato impazzire l’italiano

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6237199_389184A giudicare dalla varietà e dall’aleatorietà degli usi che se ne fanno, si direbbe che «implementare» è la versione adulta di «puffare». È un verbo passe-partout, che può indicare grosso modo qualunque azione. «Il governo ha implementato le riforme»; «va abbastanza bene, ma dovresti implementarlo un po’»; «ho ricevuto solo la prima parte, puoi implementarmi il resto?». C’è da scommettere che, passando per tappe come «meglio comandare che implementare» e «chi la implementa l’aspetti», arriveremo presto o tardi, senza accorgercene, alla frase che segnerà il punto di non ritorno: «Implementami il sale».

Implementare è una delle strane creature verbali che Luca Mastrantonio passa in rassegna inPazzesco! Dizionario ragionato dell’italiano esagerato (Marsilio), piccolo inventario delle parole uscite di senno che girano a piede libero nella conversazione quotidiana, nel linguaggio giornalistico, nel gergo politico, soprattutto nella chiacchiera infinita dei social network. Continua a leggere sul Corriere della Sera

Written by unpopperuno

aprile 23, 2015 at 12:20 pm

Pubblicato su Corriere della Sera

Il buon selvaggio televisivo

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ruota-fortuna-renziQuando pensano a Matteo Renzi non gli viene in mente nulla. O meglio, gli vengono in mente frasi come questa di Rino Genovese, filosofo: “Matteo Renzi è il nulla. Lo dico con cognizione di causa per averlo incontrato una volta, ormai diversi anni fa, alla presentazione fiorentina di un libro”. L’articolo, scritto a commento delle primarie del 2013, si è guadagnato un posto nel mio sciocchezzaio per molte ragioni. Per la comicità (involontaria) che si sprigiona dall’attrito tra la perentorietà dell’affermazione e l’irrisorietà del pretesto; per la boria senza limiti; perché mi ha fatto venire i capelli bianchi alla prospettiva di vent’anni di antirenzismo come copia iperrealista dell’antiberlusconismo; perché questo trattar Renzi da tabula rasa mi ha rivelato con una chiarezza senza precedenti una posa che di precedenti ne ha molti, e uno più ferale degli altri, la “Fenomenologia di Mike Bongiorno” di Umberto Eco. Leggi il seguito di questo post »

L’imputato di lungo corso. Kundera, Kafka e il processo assoluto

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titorelliUna pagina di Milan Kundera dai Testamenti traditi è servita a Giovanni Fiandaca per illustrare, sul Foglio di giovedì, l’invincibile vocazione espansionista del processo penale. Che dovrebbe concentrarsi sui fatti, ma finisce per mettere sotto giudizio gli uomini nella loro interezza; che dovrebbe restare nel recinto del diritto, ma pascola abusivamente nei campi della morale, della sociologia o della politica. “Il processo celebrato dal tribunale”, scriveva Kundera commentando Kafka, “è sempre assoluto; cioè non riguarda un atto isolato (furto, frode, violenza carnale) ma l’intera personalità dell’accusato”. A esso, si può aggiungere, corrisponde la pena assoluta del carcere, che per colpire un reato specifico sequestra tutta la persona del reo.

Esiste dunque un’inclinazione naturale del processo a dilagare, a espandersi in lunghezza, larghezza, profondità e soprattutto nel tempo, dimensione che la nostra fisica giuridica tende a ignorare, come dimostra il surreale allungamento della prescrizione. “Il processo è assoluto anche in questo”, aggiungeva Kundera nella stessa pagina, “e cioè che travalica i limiti della vita dell’accusato”. Leggi il seguito di questo post »

Written by unpopperuno

aprile 12, 2015 at 12:07 pm

Ovvio dei popoli. Momenti di trascurabile banalità

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captain-obvious-comic-coverIl mito della rivoluzione è l’oppio degli intellettuali, diceva Raymond Aron, e lo diceva in tempo utile (i carri sovietici non erano ancora entrati a Budapest). Ben vengano dunque le terapie di disintossicazione, anche le più abborracciate e ritardatarie. Prendiamo il caso italiano. Quando, negli anni Ottanta, si esaurirono le riserve d’oppio rivoluzionario, si prospettò il rischio di un’astinenza di massa, con tutti i sintomi connessi (paranoie, allucinazioni, suicidi). Ci si affidò allora all’oppioide sintetico della questione morale e della diversità comunista, assunto così a lungo e in dosi così massicce da generare a sua volta dipendenza. Oggi, finito anche il metadone del dottor Berlinguer, alcuni medici caritatevoli somministrano un surrogato ancora più blando, quello che Berselli chiamava l’ovvio dei popoli.

Nel 2012 Roberto Saviano rimase folgorato da un saggio su Gramsci e Turati e lo prescrisse agli ex oppiomani: “Consiglio questo libro a chi si sente smarrito a sinistra”, annunciò su Repubblica. Che cosa aveva appreso di tanto eccitante? Che era esistita, un tempo, una sinistra riformista e tollerante. Con soli novantun anni di ritardo, arrivava per Saviano la commovente scoperta della scissione di Livorno. Di questa sinistra buona si erano perse le tracce, a quanto pare doveva essere stata una corrente clandestina, finché il suo spirito non è tornato a vivere nel Pd. Chissà cosa accadrà quando, nel 2051, Saviano s’imbatterà nella Storia del Psi di Antonio Landolfi, che da Turati arriva fino a Craxi, o nella Breve storia del liberalismo di sinistra di Paolo Bonetti. Nel frattempo, meglio cercare i propri modelli altrove, dove capita, perfino nella sinistra cilena ai tempi del referendum del 1988. Leggi il seguito di questo post »

Revival 1992. Guida per il feticista di Tangentopoli

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19b172a9bb984afa77c2f522d545a9637d520511Con regolarità di marea, le ondate nostalgiche si presentano dopo un ventennio. Lo ha accertato il sociologo americano Fred Davis, uno dei primi osservatori di quel fenomeno che passa sotto i nomi piuttosto irritanti di vintage, rétro o revival. Negli anni Settanta si guardava agli happy days dei Cinquanta, gli Ottanta rimpiansero i fabulous Sixties. È dunque perfettamente puntuale il revival degli anni Novanta che Sky sta alimentando intorno alla serie tv 1992, dedicata all’anno di Mani pulite. Seguirà, perché così vuole l’inesorabile legge storica, il recupero feticistico di tutti gli orrori di quel decennio, all’insegna di monosillabi non meno irritanti come camp, cult e trash. Ma poiché, ammonivano gli stoici, il destino guida chi lo asseconda e trascina i riluttanti, ho deciso di non opporre resistenza e di portare il mio contributo al vintage di Tangentopoli. Ecco i reperti che posso offrire all’asta. Leggi il seguito di questo post »

Written by unpopperuno

marzo 29, 2015 at 12:03 pm

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