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Il blog di Guido Vitiello

Il sorriso del normalista

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Schermata 2015-08-31 a 09.49.13Ho un problema con la Normale di Pisa, o forse ho un problema con me stesso. Ricordate quella pagina di Alta fedeltà di Nick Hornby in cui il narratore, in coda per il cinema, fa il suo incontro traumatico con l’Uomo Più Patetico del Mondo (U.P.P.D.M.)? Un trentenne con gli occhialoni e i denti da coniglio, la giacca giallognola e i pantaloni marroni a coste, che va a vedere il film accompagnato dai genitori. E l’U.P.P.D.M. lancia al narratore un sorriso complice, perché ha riconosciuto in lui un suo simile. Ecco, mi capita sempre più spesso di ricevere sorrisi di quel genere dai normalisti. La cosa potrebbe perfino lusingarmi, se non fosse che la mia immagine del normalista quintessenzale si è formata su un incontro altrettanto traumatico, in un video su YouTube. C’era questo giovane allampanato con un completo grigio e un inspiegabile turbante in testa che declamava in un teatro una poesia di Rilke. Rimasi sconcertato dallo sforzo ascetico con cui strizzava gli occhi e stendeva il collo per cavarne le gutturali giuste, per dire “Schreckliche” come Rilke comanda. Sembrava tutto teso a raggiungere qualche stato superiore dell’Essere per il quale il tedesco ha senz’altro una parola intraducibile. Per altro verso ricordava la deglutizione di un’anatra. Di certo avrebbe saputo pronunciare meglio di me quell’aforisma di Benjamin sul momento di agnizione abissale che sperimentiamo quando un animale che ci fa terrore ci invia un segnale di familiarità. Leggi il seguito di questo post »

Written by unpopperuno

agosto 31, 2015 at 10:05 am

Pubblicato su Il Foglio, Libri

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Oblomov in Sicilia (La Controra, 11)

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Schermata 2015-07-27 a 15.47.25“Il meriggio è afoso; nel cielo non c’è neppure una nuvoletta. Il sole sta immobile proprio sulla testa e brucia l’erba. L’aria è stagnante, senza un soffio di vento. Non si muovono gli alberi, non si increspa l’acqua; sul villaggio e sui campi si stende una calma assoluta: come se tutto fosse morto. La voce umana nel vuoto risuona forte e lontana. A qualche decina di metri di distanza si sente volare e ronzare uno scarabeo, e nell’erba folta si sente ronfare, come se qualcuno vi si sia sdraiato e dorma di un dolce sonno. Anche nella casa regna una calma di morte. È giunta l’ora del sonno generale del dopopranzo”. Tutto il nostro orgoglio di meridionali se ne va in malora quando scopriamo che la descrizione perfetta della controra si trova in un romanzo russo, e che il villaggio evocato non si trova in Campania o in Basilicata ma si chiama Verchlëvo. È il sogno di Oblomov, una delle pagine più note e commentate del libro di Ivan Gončarov. Se ne può ricavare che la controra è una condizione universale, che attecchisce sotto tutti i cieli e tutti i climi, e in fin dei conti questo è un bel colpo anche per l’orgoglio dei russi. Fin dai tempi di Dobroljubov, e del suo saggio Che cos’è l’oblomovismo (1859), si sono sforzati di vedere nell’accidioso eroe di Gončarov, figura mitologica metà uomo e metà divano, un concentrato dello spirito russo, il simbolo di un’aristocrazia inerte e abulica destinata a esser spazzata via dalla Rivoluzione. “La realtà è che questo personaggio costituisce un nostro tipo fondamentale, nazionale”, scriveva il progressista Dobroljubov, citando personaggi di Puskin, di Turgenev, di Gogol. E cosa sono costretti a scoprire, gli oblomovisti di Pietroburgo? Di far parte di una famiglia allargata che si estende al meridione d’Italia, specialmente alla Sicilia, una famiglia letteraria che ha patriarchi imponenti come Tomasi di Lampedusa e figli minori come il Romualdo Romano di Scirocco, e che trova il suo esemplare più puro in Vitaliano Brancati. Leggi il seguito di questo post »

Written by unpopperuno

agosto 30, 2015 at 9:00 am

Pubblicato su Controra, Il Foglio

Non potevo parlare

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6140909_387507Piccolo quiz. «Ho deciso che è arrivato il momento di dire basta. Il momento di smetterla di tacere. Dopo tutto quello che ho visto, dopo tutto quello che ho sentito, ho preso una decisione: mollare… L’ho fatto perché continuare così non era più possibile. L’ho fatto per essere libero di parlare…». Chi ha detto queste parole, e a che proposito? Possibili soluzioni: il pentito Gaspare Spatuzza dopo la conversione religiosa, parlando di Cosa Nostra; l’ex terrorista Patrizio Peci al generale Dalla Chiesa, parlando delle Brigate Rosse; un magistrato settantatreenne che si è messo in pensione con un paio d’anni di anticipo, parlando della magistratura italiana. La risposta più inverosimile è anche quella vera. Piero Tony, già procuratore capo di Prato, rivela i segreti della sua corporazione nel libro Io non posso tacere (Einaudi), a cura di Claudio Cerasa. Dal tono delle prime frasi, ci s’immagina una di quelle confessioni televisive a volto oscurato e voce deformata, e ci si aspetta di scoprire come minimo che il Csm è una centrale massonica composta integralmente da rettiliani, e che nei sotterranei dei tribunali si svolgono sacrifici rituali di stampo azteco. Niente di tutto questo. Tony, magistrato «certificato e autocertificato di sinistra», affiliato a Magistratura Democratica fin dal 1969, dice cose che tutte le persone di buon senso dicono da decenni, eccetto i magistrati. Che l’obbligatorietà dell’azione penale è una colossale presa in giro; che la separazione delle carriere è una cosa talmente ovvia che non si dovrebbe neppure discuterne, in un Paese serio; che il Csm è dominato dalle correnti; che i pm possono usare arbitrariamente gli strumenti d’indagine; che la magistratura esercita un indebito potere di supplenza. Il libro è un eccellente compendio di storici argomenti garantisti, esposti con grande schiettezza, ricchezza di esempi e forza polemica. Leggi il seguito di questo post »

Written by unpopperuno

agosto 24, 2015 at 6:08 pm

Sionismo viscerale

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cover2015Passatemi il linguaggio da macellaio, ma qui bisogna sviscerare la questione delle viscere. Davanti al labirinto del mondo moderno, diceva Italo Calvino, lo scrittore può essere razionalista (e disegnarne una mappa) o viscerale (e tuffarcisi a capofitto, corpo e mente). Il viscerale per eccellenza è Céline. In politica, invece, l’aggettivo viscerale fa coppia fissa con il sostantivo anticomunista, quasi che l’anticomunismo fosse una strana ossessione e non un segno di salute mentale. E qui il viscerale per eccellenza è Arthur Koestler. Buio a mezzogiorno, il suo romanzo sul terrore staliniano, è senz’altro molto anticomunista ma (nell’accezione di Calvino) ben poco viscerale, anzi ha l’andamento dimostrativo di un apologo. Esiste però anche un Koestler scrittore viscerale, il Koestler di Ladri nella notte, un libro rimasto fuori catalogo per decenni che il piccolo editore Tiqqun ripropone ora in ebook. Pubblicato nel 1946, è il romanzo (in parte autobiografico) di un gruppo di giovani pionieri emigrati dall’Europa che alla fine degli anni Trenta vanno a fondare un kibbutz, la Comune della Torre di Esdra, nella Palestina del Mandato britannico. Un’opera di «sionismo viscerale»? Certo, ma la potenza del libro è vitalistica prima e più che ideologica. Racconta infatti di una passione politica che nasce da uno scacco sessuale. Il protagonista, Joseph, riscopre le sue origini ebraiche quando a Oxford la sua prima amante, una bionda con simpatie fasciste, si ritrae da lui scoprendolo circonciso: «Era stato un curioso viaggio, dal letto di Lili alla Torre di Esdra in Galilea». Ma in Palestina s’innamora di una ragazza che dopo le torture dei nazisti trema al solo pensiero di esser toccata da un uomo. Sesso e politica si rincorrono per tutto il libro – una delle scene culminanti è uno stupro, che segnerà un’ulteriore svolta nella lotta e nell’ideologia di Joseph – ma non perché Koestler volesse passare una mano di erotismo sugli orrori della storia. Piuttosto, il sesso è uno dei colori primari a cui attinge per raccontare quel momento notturno, caotico e selvaggio, in cui ebrei, arabi e inglesi si contendevano la Palestina. Come avrebbe poi scritto nel saggio Promise and fulfilment, Israele è «un Paese più trasparente di qualunque altro, che mostra gli archetipi del conflitto e dell’esperienza umana». Uscito tre anni dopo Thieves in the night, il saggio avrebbe dovuto chiamarsi Seen in daylight, visto alla luce del giorno. Le viscere, quelle, appartengono alla notte. Leggi il seguito di questo post »

Written by unpopperuno

agosto 23, 2015 at 6:09 pm

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Guarire dal populismo penale

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psycNon so se gli psicoanalisti applichino ancora il metodo junghiano delle parole-stimolo a cui il paziente deve associare la prima cosa che gli passa per la testa, ma ogni volta che sento la formula “populismo penale” – e grazie al cielo accade un po’ più spesso di prima – subito affiorano due ricordi, entrambi legati a Francesco Saverio Borrelli. Il primo è un piccolo ma spettacolare rovesciamento di frittata che il procuratore capo amava fare a metà degli anni Novanta in risposta alle accuse di giustizialismo. I nostri nemici non sanno neppure usare le parole, diceva pressappoco Borrelli, perché il justicialismo era l’ideologia di Perón, dunque è sinonimo di populismo, dunque il vero giustizialista (lui non faceva il nome) è Berlusconi. Il secondo ricordo, che ha tuttora il potere di guastarmi il sonno, è una frase sibillina pronunciata nei giorni trionfali di Mani Pulite: “Quando la gente ci applaude, applaude sé stessa”. Quasi un calco della formula di Durkheim secondo cui la religione è la società che adora sé stessa. Se ne poteva dedurre che Borrelli attribuiva al pool una funzione sacra o totemica, di canalizzazione di energie collettive: invece di Manitù, Manipù. I due ricordi avranno senz’altro un legame segreto nei meandri della mia nevrosi garantista, ma ne hanno anche uno manifesto, ed è questo: il populismo penale, l’uso improprio di strumenti giudiziari per ricercare il consenso, è tanto più infido in quanto è acefalo o policefalo. A differenza dei populismi radunati attorno a un capo, può assumere molti volti più o meno effimeri, incarnarsi secondo le occasioni in un pm giustiziere, in un politico gracchiante, in un giornale di secondini, in una vittima esemplare che chiede riparazione esemplare, o può anche mimetizzarsi nelle sembianze anonime di una moral majority. Insomma, è un mostro proteiforme politico-giudiziario – e poi dice che uno non dorme la notte. Leggi il seguito di questo post »

Written by unpopperuno

agosto 23, 2015 at 4:36 pm

Festina lente (La Controra, 10)

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Schermata 2015-07-27 a 15.44.08“E gli anni si accorceranno come mesi e i mesi come settimane e le settimane come giorni e i giorni come ore”. A questo vaticinio della Sibilla Tiburtina, che così descriveva l’affrettarsi del tempo nell’imminenza della fine del mondo, il filosofo Reinhart Koselleck (Accelerazione e secolarizzazione, Istituto Suor Orsola Benincasa, 1993) volle affiancare le parole con cui l’industriale Werner von Siemens illustrò nel 1886 la sua legge dell’accelerazione costante della civiltà: “Periodi di sviluppo che in tempi passati hanno avuto luogo nel corso dei secoli, e che all’inizio della nostra epoca hanno richiesto ancora dei decenni, si compiono oggi in anni”. Variano i toni ed i presagi – qui trionfale, là sciaguroso – ma soprattutto varia la natura di questo precipitarsi. Nella profezia della Sibilla, come in tutta la tradizione apocalittica, è il tempo stesso ad accorciarsi per intervento soprannaturale; al contrario, l’accelerazione salutata dall’ingegnere elettrico tra lo sventolar di fazzoletti a bordo pista riguardava il succedersi delle invenzioni scientifiche, la corsa irrefrenabile del progresso umano in un tempo che, di per sé, manteneva il suo passo costante. Che tra le due forme di accelerazione, l’apocalittica e la positivistica, vi sia malgrado tutto un tratto comune? È un buon punto di partenza per rispondere alla domanda lasciata in sospeso la scorsa settimana, e cioè se Apollinaire avesse torto o ragione nel dire che l’adorazione della velocità professata da Marinetti e dai futuristi era sì una religione, ma non un’eresia cristiana. Leggi il seguito di questo post »

Written by unpopperuno

agosto 23, 2015 at 9:00 am

Pubblicato su Controra, Il Foglio

Pedalare indietro (La Controra, 9)

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Schermata 2015-07-27 a 15.39.44“C’è qualcosa che evochi l’idea di velocità più di queste due ruote uguali, dai raggi tesi e vibranti come nervi, due gambe senza inizio e senza fine?”. La domanda di Maurice Leblanc in Voici des ailes (1898), romanzo breve sui parigini che sfrecciano in bicicletta per il Bois de Boulogne, sembrò trovare risposta qualche anno più tardi in un capriccio mistico di Apollinaire sul Mercure de France. Le ali che per Leblanc erano ancora ali d’uccello prendevano sulla pagina di Apollinaire natura angelica: Dio si era manifestato al futurista Marinetti sotto forma di bicicletta e gli aveva ispirato una nuova religione dove in luogo di Divinità si diceva Velocità, già che i raggi vorticano sul mozzo “con quella velocità folgorante che era finora appannaggio della schiera di angeli chiamata Ofanim, i quali nell’angelologia ebraica sono le ruote del carro celeste”. Chi abbia in testa queste parole di cent’anni fa o le immagini dei ciclisti dinamici di Boccioni e Depero faticherà a capire come la bicicletta sia potuta diventare, da qualche tempo, un vessillo da brandire contro il culto della dea Velocità.

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Written by unpopperuno

agosto 16, 2015 at 9:00 am

Pubblicato su Controra, Il Foglio

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