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Il blog di Guido Vitiello

Il processo, l’ultima “grande narrazione”

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durrenmat3Sono rari gli amori ferroviari, difficile l’incontro fra sconosciuti in treno; ma due libri gettati alla rinfusa nella tasca esterna di una valigia possono intendersela a meraviglia, senza bisogno di occhiate allusive, e perfino accoppiarsi selvaggiamente in un vagone affollato. Sapeste come amoreggiavano, i due volumetti che mi ero scelto per un lungo viaggio! Il primo, Casi giudiziari, era un’antologia di racconti siciliani curata da Salvatore Ferlita. Tra questi una novella di Capuana, Delitto ideale, dove un uomo che ha lungamente fantasticato un assassinio, senza però mai commetterlo, si sottopone da solo a processo – nel foro interiore, l’unico competente per queste faccende – e si dà la condanna che nessun giudice avrebbe potuto infliggergli: “La mia prigionia non differirà in niente da quella legale. Sarà dura, inesorabile, ed io diverrò tra pochi giorni il carceriere di me stesso…”. Suo compagno di viaggio era La panne, il capolavoro di Dürrenmatt appena ripubblicato da Adelphi. Qui un rappresentante di tessuti finisce tra le mani di quattro uomini di legge in pensione che si divertono, la sera, a rifare processi celebri o a istruirne di nuovi. Il poveruomo è messo a giudizio, e via via che il dibattimento si dipana la sua esistenza meschina è trasfigurata in romanzo, in un’epopea criminale che lo incorona eroe. Se ne avvede, inutilmente, il difensore: “Fatti assolutamente indipendenti erano stati collegati fra di loro, si era voluto contrabbandare nel tutto un disegno logico, eventi fortuiti erano stati presentati come cause di azioni che avrebbero potuto avere benissimo un decorso diverso, nel puro caso si era voluta vedere l’intenzione, nella sventatezza il proposito deliberato, sicché alla fine dall’interrogatorio era necessariamente saltato fuori un assassino, così come dal cilindro del mago salta fuori un coniglio”. Leggi il seguito di questo post »

Written by unpopperuno

aprile 13, 2014 at 5:40 pm

Attenti a quei P2. Contro gli azionisti di provincia

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AttentiP2Quando sento la parola P2 metto mano alla P38, e capirete bene che in giorni come questi i miei pruriti di giustiziere sfiorano la pericolosa soglia Taxi Driver. Ma è prudente tenersi i colpi in canna e spostare l’appuntamento con il barbiere per il taglio alla moicana, perché a quanto pare attorno al Piano di rinascita democratica di Matteo Renzi si prepara la battaglia finale, l’Armageddon tra lo Stato e l’Antistato, o più esattamente, come ha scritto Sandra Bonsanti in una pagina allucinata sul sito di Libertà e Giustizia, tra Berlingueriani e Piduisti. Ora, l’argomento dell’ispirazione piduista delle riforme – all’incirca di tutte le riforme – è usato così spesso che ci siamo abituati a considerarlo una cosa normale, accettabile in società, una cosa di cui persone sane di mente possano seriamente discutere. Ma sappiamo bene che non è così, è un’illusione ottica indotta dal fatto che a spararle grosse non è solo la nursery dei grillini o dei travaglini, ma anche gente alfabetizzata come Franco Cordero, Barbara Spinelli, giù fino a Roberta De Monticelli. Nei termini teologico-esoterici che gli sono più congeniali, Zagrebelsky parla di un “piduismo perenne”, e Lerner (che a questo giro si è sganciato dalla compagnia) di una “eterna P2 abbarbicata al potere italiano”: entrambi omaggiavano nell’occasione un libro della Bonsanti, Il gioco grande del potere, che a detta di Carlo De Benedetti dovrebbe essere adottato nelle scuole, così anche i piccini saprebbero che la P2 regna tuttora. Ma una puttanata ripetuta cento volte, foss’anche da personaggi emeriti, diventa tutt’al più un’emerita puttanata, e volerla ammannire addirittura agli scolaretti non fa onore a gente che vive con l’assillo della pedagogia nazionale e della riscossa civile degli italiani. Leggi il seguito di questo post »

Sull’utilità e il danno della moviola. Dal gol di Turone al caso Moro

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moviola-accusaEnzo Tortora era innocente, ma frugando bene una piccola colpa gliela si trova. È stato lui, quand’era conduttore della “Domenica sportiva”, a inaugurare il longevo rito nazionale della moviola: era il 28 febbraio 1965, e l’occasione era un gol di Rivera. Nasceva, quasi inavvertito, un nuovo registro della conversazione pubblica, che s’innestava su antiche inclinazioni del costume italico ed era destinato a propagarsi ben al di là dei campi di calcio; in esso s’intrecciavano il gusto tutto avvocatesco per la controversia regolamentare, l’attenzione maniacale al dettaglio, ingigantito fino a eclissare il quadro generale, la fissazione perdurante su qualche episodio traumatico, la sete mai appagata di verità e di riparazione, una sconfinata permalosità. Qualche anno dopo, su “La Nazione”, Tortora inneggiava alla “libertà di moviola” – le sue origini, diceva, sono nella narrazione al rallentatore di Proust – auspicando che l’analisi domenicale delle partite fosse un luogo di educazione intellettuale delle tifoserie. I decenni successivi gli avrebbero dato ragione. Leggi il seguito di questo post »

Written by unpopperuno

marzo 30, 2014 at 1:25 am

Malinteso benessere

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L'Angelus di Papa FrancescoBasta analizzare una molecola d’acqua per capire di cosa, per lo più, sono fatti gli oceani. Lo stesso vale per le ideologie, solo che in questo caso l’unità minima non è composta da atomi di idrogeno e di ossigeno, bensì dall’aggregazione di un sostantivo e di un aggettivo. Qualche esempio? Liberismo selvaggio, pensiero unico, poteri forti, macelleria sociale. Sono molecole ideologiche che rivelano infallibilmente di che materia è composta la visione del mondo di chi le usa. Ce n’è un’altra che nessuno ha mai messo sotto il microscopio, e che ingrandita a dovere fa intravedere oceani di giudizi, pregiudizi, sottintesi, sentimenti e risentimenti: malinteso benessere. È comparsa, di recente, in una breve recensione di Gad Lerner al film di Paolo Virzì, Il capitale umano, che a suo dire interrogherebbe le nostre coscienze «sulle brutture che si accompagnano alla ricerca di un malinteso benessere». Ma la formula ha origini più lontane, e la si ritrova per esempio in una lettera di Giovanni Paolo II ai rappresentanti del Movimento per la vita, dove il diritto all’aborto era ricondotto al «desiderio di un malinteso benessere». Passiamola dunque al microscopio. Molte cose possono generare malintesi: un motto di spirito, una filosofia, il senso di una frase, un’intercettazione. Ma che si possa malintendere il benessere e la ricerca della felicità, questo sì è un concetto schiettamente clericale. Malinteso vale qui come sinonimo di un aggettivo assai caro alla teologia morale: disordinato (che presuppone un ordine morale a cui dobbiamo adeguarci, e dal quale possiamo tralignare perché per primi non sappiamo che cos’è meglio per noi). E non sarà un caso se un primo sopralluogo senza pretese rivela che la formula è presente in decine di libri e articoli degli ultimi cinquant’anni, tutti o quasi tutti di autori legati a una delle due chiese, la cattolica e la comunista. O a entrambe. È appena una molecola, ma c’è tutto: una lettura (alquanto cupa) del miracolo economico e delle altre stagioni di relativa prosperità; l’idea che l’arricchimento improvviso, se non saggiamente guidato, possa pervertire i genuini costumi degli italiani; soprattutto, c’è il presupposto paternalistico che esista un’aristocrazia di Buoni Intenditori del Benessere in grado di insegnare qual è il giusto modo, e virtuoso, di essere ricchi. In breve, una molecola clericale che serpeggia nelle menti di molti laici. Ma la mia è una parafrasi fin troppo verbosa, e a buon intenditor poche parole. Ne bastano due. Leggi il seguito di questo post »

Written by unpopperuno

marzo 28, 2014 at 7:43 pm

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Chi può scrivere tra fiamme perenni?

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cover10Ho uno speciale protocollo d’emergenza che eseguo, è il caso di dirlo, una volta ogni morte di papa, o bene che vada ogni dimissione: pesco tra i miei scaffali Mysterium iniquitatis di Sergio Quinzio e ne rileggo qualche pagina. A rigore dovrei conservarlo in una teca con apposito martelletto, e la dicitura: in caso di morte di papa rompere il vetro. È il libro in cui Quinzio prova a immaginare le encicliche dell’ultimo pontefice prima della fine del mondo, quel Pietro II annunciato dalla profezia medievale del monaco Malachia. Asceso al soglio Francesco, il mio piccolo rituale è stato un po’ più malinconico del solito, perché Quinzio è morto da quasi vent’anni e mai come in questo caso mi sarebbe piaciuto ascoltare la sua voce, dolce nell’eloquio e incendiaria sulla pagina. Chissà quali segni dei tempi avrebbe scorto in un papa portato in palmo di mano da “quegli indigesti preti razionalisti alla Hans Küng” (la formula è di Ceronetti, che fu amico di Quinzio per una vita) e dai loro altrettanto indigesti omologhi laici. Di certo la sua natura agonistica, sanguigna, da padre apologista più ancora che da profeta, ne sarebbe stata ritemprata – per poi finire delusa: “Sergio era un diatribista medievale, una specie di mastino di Dio, alla Tertulliano, alla Abelardo, all’Eriugena, modernamente alla Léon Bloy e alla Bernanos, con sfumature di mitezza in più, stilistica e personale, ma nella sostanza di molto simile implacabilità. Ma trattandosi di un campione da ‘rissa cristiana’ una sua delusione cocente fu di trovare, da parte di quelli contro cui, in astratto, alzava il martello, la più oltraggiosa delle tolleranze. L’incudine su cui batteva era di pastafrolla”. Non per nulla queste parole di Ceronetti comparvero in un volume in onore di Quinzio pubblicato pochi anni dopo la morte, dove a omaggiarlo si susseguivano, in processione, Vattimo, Galimberti, Magris, Erri De Luca e compagnia (mancava solo Vito Mancuso, che ancora non era stato presentato al tempio). Essere profeti in patria è impossibile, ma proprio perché è fin troppo facile. Leggi il seguito di questo post »

Written by unpopperuno

marzo 23, 2014 at 10:55 am

“L’antimafia non può processare sé stessa” (Leonardo Sciascia)

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ContestoC’è una frase che ricorre come un mantra nella pubblicistica sulla trattativa, attribuita a Leonardo Sciascia: “Lo Stato non può processare sé stesso”. Finalmente, dicono i fiancheggiatori dell’accusa, ecco un drappello di magistrati coraggiosi che tenta di smentire l’assioma; donde la portata storica, epocale del processo palermitano. Davvero Sciascia pronunciò quella frase? Difficile a dirsi, perché i tanti che la citano tra virgolette, un clan endogamico che avrebbe fatto la gioia di Lévi-Strauss – Marco Travaglio, Saverio Lodato, Maurizio Torrealta, Salvatore Borsellino, Sandra Rizza, Beppe Grillo – se la passano di bocca in bocca senza mai menzionarne la fonte. Ho fatto un modesto esercizio di filologia in pantofole, e la più antica occorrenza di cui abbia trovato notizia è un intervento di Antonio Ingroia su un MicroMega del 2001. Negli scritti di Sciascia, almeno in quelli in cui era ragionevole attendersela, la frase non c’è (la si trova invece nella commedia Oplà, maresciallo di Giovanni Arpino, che fu il mentore del giovane Travaglio presso Montanelli: frugate, segugi!). Tendo a pensare che sia una parafrasi, non per forza infedele, di qualcosa che Sciascia potrebbe aver detto ai tempi dell’affaire Moro, forse alludendo al sogno pasoliniano di un “processo al Palazzo”. Ma c’è il caso che mi sbagli. Poco male: il punto non è la frase in sé, che fuori contesto vuol dir poco o niente, è l’uso che ne fanno gli apologisti del processo trattativa, e il significato che le attribuiscono. Questione che si lega a filo doppio a un’altra, ossia che cosa intendano tutti costoro per Stato. Leggi il seguito di questo post »

BR – Breaking Red. Dostoevskij a Cuneo

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Catechismo“Ci vorrà un Dostoevskij”, pensava Jorge Semprún a Buchenwald, ci vorrà qualcuno in grado di ritrarre l’anima umana colata a picco nel male. Ma un Dostoevskij non c’era, ed è sempre così, i Dostoevskij sono peggio degli idraulici: mai che ce ne sia uno a tiro quando ne hai bisogno. Le eccezioni sono rare. Quando Nečaev giustiziò a Mosca lo studente Ivanov, affiliato all’organizzazione rivoluzionaria di cui era ideatore e capo, un Dostoevskij in circolazione c’era. Era il 1869, e l’episodio servì da ispirazione per i Demoni. Nečaev, il giovane nichilista precursore di Lenin dedito alla causa della distruzione con un’abnegazione oscuramente confinante con la santità, volle a ogni costo che l’esecuzione del compagno – sul quale aveva gettato la falsa accusa di delazione – prendesse la forma di un linciaggio, di un patto di sangue tale da suggellare la fraternità rivoluzionaria.

“Tutti i problemi del terrorismo, della lotta clandestina, della disciplina di gruppo, del tradimento, delle ‘mani sporche’, della violenza ‘necessaria’ contro i propri compagni, problemi che sarebbero poi ricomparsi sempre più spesso fino a oggi, appaiono qui in una luce cruda e còlti, per così dire, alla loro scaturigine”. Così si leggeva sul risvolto di copertina de Il catechismo del rivoluzionario, il libro di Michael Confino su Nečaev riproposto di recente da Adelphi. L’“oggi” a cui il risvolto della prima edizione alludeva era il 1976, di lì a poco la parabola delle Brigate rosse avrebbe toccato il suo culmine con il rapimento di Moro. Ma più ancora che l’oggi il caso Nečaev annunciava il domani, l’epilogo delirante e autodistruttivo della vicenda brigatista – il nichilismo di Senzani, l’uccisione di Roberto Peci, le selvagge esecuzioni dei delatori in carcere – le cui premesse erano già lì squadernate, e aspettavano solo di svolgersi logicamente. Ci voleva un Dostoevskij per raccontare tutto questo, ma un Dostoevskij non c’era, né sarebbe mai arrivato. Tolto Sciascia e pochi altri, le Br hanno ispirato una letteratura tutto sommato deludente: cose minori, qualche romanzo allegorico o fantastico, un’alluvione di noir pedestri. Leggi il seguito di questo post »

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