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Il blog di Guido Vitiello

Velo dopo velo, Roberto Calasso e i libri-cipolla

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L’Onnipotente è un accanito fumeur de Havanes, e a ogni boccata lancia densi sbuffi che stendono sui mortali una coltre di nubi grigionere: così, se non altro, è apparso in visione a Serge Gainsbourg, mistico occasionale a duetto con Catherine Deneuve. Ai sigari di quel barbuto patriarca assiso sul suo trono, che è difficile non figurarsi in tenuta verdeoliva, lo scanzonato chansonnier rispondeva sospingendo all’insù, verso i cieli, le volute azzurrine delle sue Gitanes senza filtro. Che cos’era, quello rispedito da Gainsbourg al suo Creatore? Il fumo solenne di una libagione sacrificale in piccola scala? Il fumo erratico e indolente del dandy o dell’esteta, il fumo sottile della speculazione intellettuale, elogiato dal tardo sofista Frontone? O quello obnubilante e ingannatore del venditore, appunto, di fumo?

Sono domande, queste, che riaffiorano fatalmente quando ci si accosta a un altro leggendario fumeur de Gitanes e frequentatore di divinità, Roberto Calasso. E risuonano un poco più insistenti nei giorni in cui Le Nozze di Cadmo e Armonia ricompare come libro strenna illustrato, in un formato che riproduce quello della Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna. Questo pseudo-Manuzio ha sollevato qualche perplessità. Che cos’è mai, una gemma per bibliofili o – hanno suggerito i maligni – un volume da offrire in dono a qualche dentista con cui dobbiamo disobbligarci? Questo scialo di preziosità non suona sottilmente midcult, persino un po’ dannunziano? Falso dilemma: proprio sul crinale indecidibile tra il sublime e il kitsch, tra la magnificenza e la parodia, si dispone tutta l’opera di Calasso scrittore, e forse l’intera vicenda di quella «letteratura assoluta» che è da sempre il suo miraggio, la sua filosofia editoriale e il suo geloso culto, che annumera sacerdoti come Hölderlin e Mallarmé, Benn e Nabokov.

Sciogliere il dilemma, decidere da quale versante del crinale penda più vistosamente l’animatore della Adelphi, se al kitsch o al sublime, è impresa vana. A Calasso mal si applicano tanto la logica sbrigativa dell’aut aut, delle alternative recise e irremissibili, quanto quella pavida dell’et et, delle conciliazioni pigre e irresolute. La chiave d’accesso al suo mondo la fornisce, crediamo, Sergio Solmi in una prosa delle Meditazioni sullo Scorpione – libro Adelphi tra i più cari al Calasso editore. Usurpandone una bella formula, diremo che Le nozze di Cadmo e Armonia, e per estensione tutta l’opera del suo autore, può leggersi «a modo di un cavolo o carciofo dalle infinite foglie come il libro universale che Letizia Alvarez di Toledo propose a Borges di sostituire alla sua Biblioteca di Babele». Cavoli, carciofi o anche, se piace, cipolle come quella del Peer Gynt. Sono simboli triviali, certo: ma ciò che sta in basso, sul banco del verduraio, è come quel che sta in alto, nei cieli della «letteratura assoluta». E cavoli, carciofi e cipolle – absit iniuria – si applicano meravigliosamente a uno scrittore che del principio delle «infinite foglie», o degli infiniti velami, ha fatto il cardine della sua opera: quasi non c’è pagina di Calasso in cui non si dica che una verità è la guaina di un’altra, la quale a sua volta è la fodera di un’altra rivelazione; quasi non c’è frase dove non si parli di maschere, travestimenti, specchi, teatri delle ombre, superfici che nascondono altre superfici, danze dei sette veli che non conducono mai alle nudità della signorina Alétheia, alla verità qual è, ma sempre e solo a ulteriori e più intimi tegumenti.

Così è per ogni libro di Calasso, così è pure con Le nozze di Cadmo e Armonia. Sfogliamolo diligentemente, foglia per foglia, come il carciofo di Solmi o la cipolla di Ibsen. Il primo strato che viene incontro al lettore è quello del centone erudito da mitografo alessandrino, a sua volta riscritto in guisa di parodia, un poco come avviene nei Dialoghi con Leucò. Come in Pavese, anche qui ci si porge un mondo di dèi ed eroi, ninfe e guerrieri, protagonisti di una trasognata Götterdammerung ellenica. Ma è un’Ellade sottilmente mistificatoria, se non ridotta a disanimata gipsoteca, a collezione di figurine neoclassiche: ha un suono un po’ sospetto di moneta falsa, o peggio un ronzio di chiacchiericcio divino, di gossip dal Monte Olimpo. Da qui, forse, vien parte dell’imprevedibile fortuna del libro (mezzo milione di copie vendute solo in Italia, tradotto in venti lingue), che ha fama – come intere collane Adelphi – di lettura “per signore”. O meglio, ha scritto il sempre caustico Berselli a proposito di Nietzsche, «per stagionate professoresse di liceo, che dietro l’immagine di un sole giallo e nero evocata dal pensiero apollineo sognavano di farsi ingroppare in modo fin troppo ctonio da aitanti apolli, non importa se semidei o umani troppo umani», pronte com’erano a intravedere nei bicipiti del bagnino la sagoma di qualche nerboruto daimon greco, cui concedersi in deliquio.

Questo primo strato della cipolla, tuttavia, ci guida già al secondo: giacché per Calasso proprio la parodia è la forma in cui gli dèi, esiliati dal mondo dopo il crollo dei grandi ordini sacrificali, tornano a ossessionare i mortali. Il loro spazio è ormai il teatro mentale della letteratura, dove essi si aggirano come beffarde figure da operetta, creature fantastiche degne di grandi farceur come Offenbach o lo stesso Wagner. Il divino sopravvive, stravolto e quasi incattivito, nel kitsch. Dove altro metterlo in scena, se non nel suo elemento?

E qui Calasso sciorina, impeccabile cerimoniere come il suo Talleyrand, la serrata trama speculativa del metafisico che conosce a menadito le più inavvicinabili cosmologie d’occidente e d’oriente: è il terzo strato della cipolla. La svenevole professoressa di liceo o la curiosa di favole elleniche qui recede, ripiega il volume a tettoia sugli occhi, a ripararsi dal sole, e lascia il campo: a ingombrarlo è ora il piccolo numero degli iniziati e la vasta sgomitante cerchia dei postulanti del cenacolo adelphiano; quelli che ambiscono a penetrare gli strati più intimi della cipolla, o meglio ancora – come è nella logica di certe società segrete – con mistico bluff danno mostra di averlo già fatto. Perché è fuor di dubbio che Adelphi non è la confraternita esoterica di cui favoleggiava qualche lustro fa il delirante pamphlet di un giornalista cattolico; è chiaro che non è una “congiura sacra” ordita in imprecisati salotti per spazzar via gli ultimi resti dell’ordo cesaropapista e instaurare un politeismo sanguinario sotto il segno di Shiva; nondimeno, il marchio della casa editrice chiama attorno a sé un desiderio di appartenenza occulta, stimola cenni d’intesa e ammiccamenti da mistero eleusino o da circolo esclusivo, come fu a suo tempo quello del poeta Stefan George. Basta gettare un occhio sulle tante recensioni ai libri Adelphi che suonano, guarda caso, proprio come i risvolti di copertina di Calasso, che mimano la stessa intimità esoterica che l’editore ostenta con i suoi autori, da Wedekind a Walser, che sfoggiano perfino i suoi stessi tic di stile (il lessico dal sapore feudale dove l’aggettivo più ricorrente è “sovrano”, l’illustrazione della morfologia occulta di un libro con metafore da Naturphilosophie goetheana che sempre alludono a piante e cristalli, una certa vena declamatoria di chi è sul punto di annunciare grandi – ancorché spesso tutte verbali – rivelazioni, e così via).

I libri di Calasso, e più in generale i libri Adelphi, si trascinano dietro questa vocazione alla petite bande, si prestano di buono o mal grado a valere come segnali di distinzione: non siamo i primi a dirlo, non saremo gli ultimi. Sennonché – strato ulteriore della cipolla, o del carciofo – quest’esoterismo si scopre ben presto essere un esoterismo di massa, in singolare accordo con molte delle linee di forza della cultura contemporanea (forse perché figlie dello stesso padre, Friedrich Nietzsche, il vero nume tutelare – storico e simbolico – della Adelphi).

La riduzione del mondo a favola, l’ebbrezza delle pure forme e delle superfici in barba ai petulanti «maestri del sospetto» che vorrebbero inchiodarle a qualche significato saldo, la narrazione come criterio ultimo e regola di ogni discorso, la liquidazione tra festosa e lugubre dell’eredità cristiana e monoteistica, la resa dei conti con l’illuminismo. Tutto questo, giusto o sbagliato che sia – e prima che le solite beghine facciano cadere la ferale domanda, se sia cioè di destra o di sinistra – è il mainstream, è il corso del mondo al tempo dei mass media. Potervisi ricongiungere per oblique vie esoteriche, così come si aderisce a una dottrina segreta: questo è il grande dono che Adelphi dispensa ai mortali.

Velo dopo velo, sfogliando la cipolla come il Peer Gynt di Ibsen, che cosa troviamo infine, che cosa ci resta tra le mani? Un centro vuoto e disabitato. Se sia il nulla degli esteti e degli annoiati, o se sia piuttosto il lautes Nichts, il puro Nulla divino di Meister Eckhart e dei mistici, questo proprio non sappiamo dirlo. Eppure che delizia, sfogliare tutti quegli strati! La rovina di Kasch, i saggi impeccabili dei Quarantanove gradini, lo stralunato itinerario in Kafka, le lezioni sulla letteratura, gli dèi e le ninfe, giù fino all’ultimo La folie Baudelaire: sono tutte sontuose Wunderkammern in cui è dilettoso smarrirsi, accompagnati dalla mano sicura e lieve di un prosatore di rara maestria. Camere delle meraviglie che compongono uno dei palazzi più degni della nostra editoria: il catalogo Adelphi, quell’ininterrotto soliloquio fatto di libri e di autori che è un’estensione delle idiosincrasie del suo animatore, l’elusivo e affabile Roberto Calasso, fumeur de Gitanes in giacca di tweed, circondato proprio come Gainsbourg da incorporee danzanti volute azzurrine. E anche se la natura del “nulla” che si sente risuonare dietro ad alcuni suoi libri ci pare in ultimo inafferrabile, sappiamo per certo che a rivestirlo c’è un manto prezioso, come voleva Gottfried Benn: das Nichts, und darüber Glasur. Il Nulla, e sopra lo smalto.

Articolo apparso sul Riformista il 28 dicembre 2008

Written by unpopperuno

dicembre 28, 2008 a 1:41 pm

Pubblicato su Il Riformista, Libri

3 Risposte

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  1. Veramente splendida questa recensione. Complimenti. È da anni che le opere di Calasso, lette a sbalzi per quella soprafazione barocca ed insopportabile degli smalti aggiunti, mi producono quel rapporto con il nulla. Ma con il nulla minuscolo, niente di metafisico. Neppure niente meno da sfiorare Meister Eckhart. Piu’ di nulla serebbe il vuoto, qualcosa di piu’ casalingo.
    Dopo leggere quelle curate e pesanti opere si ha sempre la stessa sensazione di noia svuotante, fredda e lontanissima dalla freschezza del vivo assente. Sembra di essere stati a visitare una mostra di tassidermia. Lo stesso fenomeno che producono le opere della signora Jeaggy, sua perfetta compagna, per dirla così, al meno letterariamente. Lui, piu’ chiaccherone. Lei piu’ parca. Ma in fondo la stessa cryofilia condivisa. Non so se sarà per il riflesso di un raro e semplicemente estetico esoterismo proselitista verso non si sa che cosa, o forse per vocazione, ovvero perchè non hanno nulla da dire veramente importante. Ma quei libri esquisiti nella forma, in fondo sembrano appartenere all’universo estetico del Re nudo. Ma molto di piu’ pesanti e molto di meno interessanti. Il raccontino per lo meno è divertente e porta una morale applicabile. Un contenuto. Calasso & company, no. Sarà per bilanciare che il suo ultimo capolavoro si intitola “L’ardore”? Comunque non ho già la capacità masochista di comprovarlo. Sorry!

    Rosario Boschetti

    novembre 7, 2011 at 9:19 pm

  2. 1-
    ¿Dubbido? Nessuno dubbido. Kitchs. Soltanto vedere i loro cravati co i loro camicie e i loro giache. Separatamente non sono male. Ma egli fa qualcosa horripilante.

    Ho visuto la copertta nuova de le Nozze. Uff. Ho devuto prendere Alka Seltzer.

    2-
    Tutto Calasso é in questa frase della Rovina: “Il sacrificio ( de altro) é necessario”. ¡ Che sacriquifiquen altri a Calasso stesso!

    3 Como ha detto Napoleón de Tallyerand, ” merda in un guanto di seta.”

    Blanca Andreu

    maggio 29, 2013 at 10:09 pm

  3. 4 In Josafat Valley io chiederé una analepsis: che cosa è acadutto in Madrid il 9 di giugno di 1988 e dopo. Allora si verá il vero volto di l´escritore Calasso ( vulgo, il Pérfido Calasso )

    Blanca Andreu

    maggio 30, 2013 at 12:52 am


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