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Il blog di Guido Vitiello

Enzo Tortora, molestie postume a un galantuomo

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Questa è bizzarra. Sull’Espresso Riccardo Bocca raccoglie le dichiarazioni di Gianni Melluso, il camorrista “pentito” grande accusatore di Enzo Tortora.

La notizia non è che Melluso “scagioni” Tortora (lo aveva già fatto quindici anni fa, a Tortora morto e sepolto, e oltretutto non ce n’era bisogno, visto che a scagionarlo ci aveva pensato il Tribunale). La notizia non è che chieda perdono ai familiari del presentatore (anche questo lo aveva già fatto quindici anni fa, e già allora Anna, Gaia e Silvia Tortora avevano rispedito al coccodrillo le sue lacrime). Nulla di nuovo neppure nel fatto che infarcisca l’intervista – che, a quanto si capisce, lui stesso ha sollecitato – delle solite menzogne e millanterie.

La novità è che, con ennesimo cambio di rotta, Melluso stavolta scagiona i magistrati del caso Tortora. Nel 1995 aveva chiamato in causa proprio loro – “Avevo capito che le mie parole facevano comodo ai magistrati”, dichiarò al settimanale Visto. Oggi il volubile pentito ci fa capire che quei togati erano in buonafede, e scrupolosi. Tutt’al più un po’ tonti, e facili a cadere nelle trame dei camorristi Barra e Pandico. Così umani e così buoni, aggiungeremmo noi, che dopo l’assoluzione di Tortora non si sognarono nemmeno di incriminare Melluso e gli altri per calunnia. A spingerlo ad accusare Tortora, dice “Gianni il Bello”, furono i boss. Tana libera tutti per la Procura di Napoli.

Chi scrive non è avvezzo ai retroscena e alle dietrologie; invoca dunque qualche fine conoscitore del caso Tortora e del mondo giudiziario – Mauro Mellini, per esempio – perché lo aiuti a capire la logica di quest’ultima mossa, al di là del noto protagonismo di Melluso. Un paranoico direbbe forse che tutto questo ha a che fare con la vicenda del ddl intercettazioni. Chissà. Certo è che adesso, quando qualcuno userà il caso Tortora come esempio di massacro giudiziario (e giornalistico) si sentirà rispondere: “Ma come, se lo stesso Melluso ha detto che erano in buonafede…”.

Ad ogni modo, la peggiore frottola che Melluso ammannisce al suo intervistatore è quella secondo cui avrebbe accusato Tortora “a malincuore”. Così a malincuore, diremmo noi, che ha continuato ad accusarlo anche dopo l’assoluzione definitiva, con disgustose lettere pubbliche in cui attribuiva il tumore di Tortora all’abuso di cocaina. Così a malincuore da accusarlo anche dopo la morte, in un’intervista a Gente del 1992; in quell’occasione, racconta Vittorio Pezzuto nel formidabile Applausi e sputi (Sperling & Kupfer), le figlie di Tortora lo denunciarono per diffamazione aggravata. Il gip che, accogliendo le richieste del pm, assolse Melluso dall’accusa era l'”eroica” Clementina Forleo. La ragione? L’assoluzione di Tortora rappresentava “soltanto la verità processuale e non anche la verità reale del fatto storicamente accaduto”. Due mesi dopo a respingere l’istanza di riapertura del procedimento fu Elena Paciotti (ve la ricordate?).

Melluso – detto anche Gianni Cha-Cha-Cha – accusava Tortora così a malincuore che al culmine dell’aggressione giudiziaria e mediatica al presentatore pubblicò pure un libro di memorie, “raccolte” dalla consuocera di un alto magistrato napoletano, come ricorda Mellini. “Il libro venne presentato in pompa magna al Circolo della Stampa di Napoli, presente il fior fiore mondano della magistratura partenopea, con mogli, amiche, figlie da marito e con giornalisti, opinionisti, corrispondenti, cronisti giudiziari. Un autentico successo. Uno degli episodi più vergognosi e rivoltanti della vicenda di Enzo Tortora e della storia del sottobosco giudiziario italiano”.

Queste cose il cronista dell’Espresso non le sa, o non le dice. Altrimenti non consentirebbe a Melluso di mettere in scena impunemente questo lacrimevole show da rotocalco, questo lavacro autoassolutorio traboccante di menzogne. Soprattutto, non gli consentirebbe di mandare assolti, alla buona, i magistrati di Napoli, responsabili impuniti (e intoccabili) del più grande linciaggio giudiziario della storia patria.

***

Una piccola postilla sugli “impuniti” (e intoccabili). Sulla mestissima storia delle molestie postume a Enzo Tortora si potrebbe scrivere un intero romanzo. Quel che dispiace è dover leggere, in un bel libro che porta la firma di due galantuomini garantisti – Carlo Nordio e Giuliano Pisapia – frasi come questa: “la politica (…) approfittando di qualche imperdonabile errore giudiziario – come il caso Tortora – cercò di recuperare terreno, reagendo in modo arrogante e scomposto con una campagna di delegittimazione culminata nel referendum sulla responsabilità civile, che noi vivemmo, e con buone ragioni, come un’iniziativa squisitamente punitiva”. A parlare è il magistrato garantista Carlo Nordio, e il libro si chiama In attesa di giustizia (Guerini & Associati).

Bisognerebbe ricordare a Nordio che “la politica” era il Partito Radicale, con in testa il suo presidente Enzo Tortora (altro che “arroganza”). Che ad affiancarlo furono il Psi e più timidamente il Pli. Che democristiani e comunisti erano contrari (ed erano loro, essenzialmente, “la politica”). E che la larghissima vittoria referendaria fu tradita da una legge truffa che grida vendetta al cielo, la legge Vassalli (pace all’anima sua). Ecco, questo è il bilancio della terribile spedizione punitiva della politica contro la magistratura di cui parla Nordio. Una campagna che ha lasciato i magistrati impuniti e intoccabili come prima, come sempre. Ma non infierisco: anche ai migliori capita di dire sciocchezze. Solo, è meglio dirle lasciando in pace Tortora.

Written by am

maggio 5, 2010 at 8:04 pm

Pubblicato su guviblog

2 Risposte

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  1. […] 4. Antonio Pascale, Scienza e sentimento (Einaudi) Dovrebbe far parte della biblioteca minima di ogni persona di sinistra, specie come strumento per recuperare al buon uso della ragione quelli che soccombono alle sirene dei Grillo, delle Vandana Shiva, degli apocalittici ossessionati dagli Ogm. Un libro bello, onesto, vorrei dire perfino amichevole, che sembra riportare su un piano intimo e colloquiale certe battaglie che Paolo Rossi (no, non il calciatore; no, nemmeno il comico) conduce dai tempi di Immagini della scienza (1977). 5. Carlo Nordio – Giuliano Pisapia, In attesa di giustizia (Guerini e Associati) Una poltrona per due: quella di Ministro della Giustizia. Non potremmo meritare di meglio, in Italia, di questi due galantuomini garantisti, che da sponde opposte (il liberalismo conservatore e illuminato, la sinistra libertaria poco incline alle manette) giungono a conclusioni simili. A partire dalla separazione delle carriere, e dalla riduzione della barbarie del carcere preventivo. Vi si leggono anche molte illuminate parole sulle intercettazioni (e qualche parola ingiusta sul caso Tortora). […]

  2. […] molestie postume a un galantuomo […]


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