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Il blog di Guido Vitiello

“L’ardore” di Roberto Calasso

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Sulla copertina del nuovo libro di Roberto Calasso, L’ardore, si vede la scultura in pietra nera di una fanciulla in meditazione. È acefala, come certi sapienti vedici la cui testa, si tramanda, esplodeva in mille pezzi davanti a enigmi sacrificali irresolubili.

Il lettore occidentale certo non arriva a tanto, ma una leggera emicrania o una vertigine può coglierlo quando legge nello Satapatha Brahmana, trattato rituale che risale all’ottavo secolo prima di Cristo, di come gli Dei all’inizio dei tempi strapparono la pelle agli uomini per rivestirne le vacche: «Se si vuole risalire alle origini, questo è dunque lo stato naturale dell’uomo: lo Scorticato, come negli atlanti cinquecenteschi di anatomia».

Le due immagini – la tavola anatomica rinascimentale e la fanciulla senza testa – sembrano agglutinarsi a comporne una terza, certo cara a Calasso: l’uomo vitruviano decapitato di André Masson che figurava sul frontespizio della rivista Acéphale, dove sul finire degli anni Trenta Georges Bataille, Pierre Klossowski e Roger Caillois ragionarono di molte cose, ma soprattutto di Nietzsche e del sacrificio. Nietzsche e il sacrificio, appunto: il fuso e la rocca da cui Calasso va svolgendo il filo della sua opera fin dagli esordi di Monologo fatale.

Se l’uomo, come si legge nel Prologo di Zarathustra, è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, per l’India dei Veda sembra essere piuttosto un nonnulla stritolato tra gli Dei e gli animali: una creatura spaurita e vulnerabile, braccata dai predatori, a cui per prima cosa vien tolta la pelle di dosso. L’ardore torna, ossessivamente, al punto originario da cui s’irradia tutta la nostra vicenda storica: il momento in cui l’uomo, da preda, divenne predatore per via d’imitazione, munendosi di selci scheggiate e di frecce che potessero riprodurre le zanne e gli artigli dei suoi uccisori. Su questo rivolgimento inaugurale, avvertito come una colpa immane, si fonda il rituale del sacrificio, che ne è riparazione e ripetizione a un tempo.

Nessuna civiltà seppe mettere al centro questo nodo tragico e oscuro come l’India dei Veda, che si disinteressò delle conquiste militari e materiali ma lasciò una gran mole di trattati, inni, formule che sembrano tutte ruotare intorno al perno dello yupa, palo del sacrificio e asse del mondo. L’ardore – che è forse, insieme a K., il punto più alto dell’«opera in corso» di Calasso – offre un commentario erratico e vorticante, da filologo surrealista, a questi testi oscuri, chiudendo il ciclo aperto nel 1983 con La rovina di Kasch, di cui riprende tutti gli assilli: il sacrificio come riassestamento impossibile dell’equilibrio del mondo, la compresenza di divoratore e divorato nella fisiologia stessa della mente, la trasposizione moderna di tutte le potenze del sacro nella società secolare, «forma suprema della superstizione».

Ma siamo seri, e fermiamoci cautamente in limine: L’ardore merita di meglio che una recensione. Se mettessimo insieme qualche frase suggestiva, qualche stralcio dal libro e la finissimo lì, daremmo l’impressione che questa sia una delle tante novità editoriali che incontrano il destino a cui alludeva Jonathan Swift: «Dei settemila scritti attualmente prodotti in questa rinomata città, prima che il sole abbia compiuto la prossima rivoluzione, non resterà l’eco di alcuno». Ma non è questo il caso, tanto più che la «rinomata città» della Repubblica delle Lettere somiglia oggi più che mai al meeting annuale degli scemi del villaggio in Amore e guerra di Woody Allen: il lettore deve destreggiarsi in una fiera affollata da megalomani logorroici e attaccabottoni, ciascuno persuaso di essere Shakespeare, ciascuno convinto che la sua storia meriti ore di tempo prezioso. In questa congrega di lunatici il critico, più che il sacerdote intermediario tra la schiera dei Santi (gli autori) e il popolo dei devoti, è l’amico scaltro che cerca di preservarti da incontri spiacevoli e guidarti dove vale la pena sostare. Ebbene, in amicizia, L’ardore merita tutto il tempo che vuole estorcerci.

Si obietterà che un libro del dominus della Adelphi non corre certo il rischio di passare inosservato. Il suo probabile destino è però quello di risuonare a vuoto, semplicemente perché le famiglie culturali accampate da sempre nel nostro paese hanno tutti i requisiti per non capire granché di Calasso. I cattolici gli danno dello gnostico e del distruttore shivaita – su Avvenire lo si accusò perfino di essere l’ispiratore del rituale neopagano del lancio dei sassi dal cavalcavia (i bulli, com’è noto, leggono libri sullo Satapatha Brahmana).

La destra guarda con sospetto il suo estetismo, quasi fosse una mollezza sibaritica, e anni fa lo accusò di corrompere la gioventù in combutta con il suo maestro Elémire Zolla. Certi marxisti che un tempo gli apponevano lo stigma dell’irrazionalismo, oggi lo tacciano di snobismo – il sottinteso ricattatorio di entrambe le accuse essendo che, mentre alla corte zarista di Adelphi ci si delizia con gli impalpabili versi di Gottfried Benn, fuori si accalcano ferrovieri e metalmeccanici sporchi di grasso a cui dà voce e coscienza lo scrittore realista.

L’accusa di snobismo, va da sé, è l’arma dei risentiti, gli stessi che setacciano i libri di Calasso in cerca di errori che scalfiscano la sua fama di grande erudito: quando uscì La letteratura e gli dèi, per dirne una, molto si parlò di una data imprecisa e di un avverbio latino maltradotto. Ma il nitpicking, il far le pulci, dietro le apparenze ostili è pratica servile: è l’operazione che la femmina del babbuino amadriade compie sul vello del maschio dominante.

Potremmo prestarci anche noi a questo gioco zelante e ingeneroso, e rilevare che a pagina 436 de L’ardore, a proposito dello sterminio degli Ebrei e del sacrificio umano, è scritto che nel dopoguerra il linguaggio esitò davanti a quell’evento oscuro, al punto che nel 1948 lo storico Raul Hilberg non trovò di meglio che intitolare la sua opera la Distruzione degli ebrei d’Europa, e che solo qualche anno dopo si arrivò alla designazione sacrificale di Olocausto. Ma il libro di Hilberg non è del 1948, è del 1961; e il termine Olocausto cominciò a circolare, seppure in sordina, addirittura alla fine degli anni Trenta.

E tuttavia siamo qui per fare l’elogio di Calasso, non per seppellirlo. Ed è su un’altra nota che vorremmo concludere, tutta a beneficio del lettore a spasso nella Repubblica delle Lettere – quel lettore che, magari, non s’interessa granché di Veda, veggenti indiani, cosmogonie e piante inebrianti. Ebbene, in coda a L’ardore Calasso racconta che l’idea del libro nacque «dallo sconsiderato proposito di scrivere un commento allo Satapatha Brahmana», il trattato rituale che nell’unica traduzione tuttora esistente si compone di 2366 pagine, suddivise in cinque volumi. Il commento avrebbe gettato qualche lume sul pensiero vedico, che Calasso definisce «il tentativo più azzardato e consequenziale di ordinare la vita obbedendo esclusivamente alla modalità analogica», e cioè a quel polo della mente che coglie ovunque somiglianze, affinità, corrispondenze, nessi profondi.

Invitiamo il lettore a leggere questa confessione come una involontaria autoallegoria, e a vedere ne L’ardore il commento a un’opera che occupa ben più di 2366 pagine: il catalogo Adelphi, soliloquio – o monologo fatale – fatto di libri e di autori, tentativo «azzardato e consequenziale» di ordinare la cultura secondo il polo analogico della mente, in base a somiglianze di famiglia spesso sfuggenti o impercepite. D’altro canto, scrisse una volta Calasso, l’arte dell’editoria è una forma di bricolage che consiste nel «dare forma a una pluralità di libri come se essi fossero i capitoli di un unico libro».

È per l’appunto il caso di Adelphi. L’«opera in corso» di Calasso risiede, per così dire, al centro del Mandala, e ne offre la chiave. Intorno, disposti a corolla, i suoi autori prediletti – Nietzsche e Stirner, Kraus e Kafka, Walser e Wedekind – e quelli per cui egli stesso ha scritto i risvolti di copertina, raccolti in piccola parte nelle Cento lettere a uno sconosciuto: da qui si spalanca una foresta risonante di echi, dove René Girard e Julian Jaynes, Artaud e Daumal, perfino Wittgenstein e Kant (forse di contraggenio) sono come magnetizzati e fatti convergere verso un unico punto calamitante. Quale sia questo punto, lo rivela L’ardore: è lo yupa, il palo del sacrificio.

Articolo uscito sul Riformista il 10 novembre 2010

Leggi anche: Velo dopo velo, Roberto Calasso e i libri-cipolla.


Written by unpopperuno

novembre 11, 2010 a 9:57 am

5 Risposte

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  1. [...] Per approfondire consulta la fonte:  “L'ardore” di Roberto Calasso « UnPopperUno [...]

  2. Giorgio Agamben ha più volte raccontato una testimonianza di Pierre Klossowski dell’incontro fra Benjamin e il gruppo di Acephale, “Vous travailez pour le fascisme” avrebbe tagliato corto con la sua abituale franchezza il grande berlinese ;-)

    finO

    novembre 15, 2010 at 2:09 pm

  3. [...] Roberto Calasso, L’ardore (Adelphi) Ne ho scritto in questo articolo, proponendo una chiave di lettura alquanto lunatica: L’ardore è un’auto-allegoria del [...]

  4. Un appunto a proposito di: “nel 1948 lo storico Raul Hilberg non trovò di meglio che intitolare la sua opera la Distruzione degli ebrei d’Europa”. È possibile che “destruction” fosse una traduzione dall’ebraico חורבן, churban, con cui si designa la “distruzione” del Primo e del Secondo Tempio – non si trattava quindi di un termine privo di una possibile connotazione “sacrificale”, del resto tutt’altro che legittima in quel contesto.

    Federico

    settembre 10, 2012 at 4:54 pm


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