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Il blog di Guido Vitiello

Annus Passabilis. Il Guvi Book Award 2010

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Come ogni anno, e come ogni anno in osceno ritardo, arriva il mio personale Book Award. Libri belli, meno belli e brutti letti nel corso del 2010. Se il 2009 è stato l’Annus Mirabilis, il 2010 chiamiamolo pure l’Annus Passabilis, o l’Annus Nientemalis (Infondus infondus): non deludente, non entusiasmante.

Le categorie sono sei (Narrativa o quasi, Saggistica o quasi, Attualità, Extravaganzas, Classici e Ridatemi i Soldi) e per ciascuna l’ordine è del tutto casuale: non è detto che il libro numero sette valga meno del numero tre.

E ora, sbrigati i convenevoli e i preliminari, passiamo alle classifiche.


***

Top 10 – Narrativa o quasi

1. Friedrich Dürrenmatt, La panne (Einaudi)
Atene o Gerusalemme? Il dilemma sembra non aver soluzione. Ma proviamo ad arretrare di un passo e ad abbracciare in un colpo d’occhio l’intero panorama: notate niente? Ebbene, la nostra civiltà si fonda su due processi, quello contro Socrate e quello contro Gesù. È dunque sulla forma-processo, prima di ogni altra cosa, che occorre ragionare. Poche pagine moderne, tuttavia, sono all’altezza del compito: quelle di Kafka e Dostoevskij, certo; quelle di Gide e di France, forse; e, dalle nostre parti, quelle di Salvatore Satta. Aggiungerei alla famiglia lo straordinario romanzo breve di Dürrenmatt, dove un rappresentante di tessuti cade nelle mani di quattro giudici in pensione che si divertono a ricreare, per gioco, i grandi processi della storia. Già che ne hanno l’occasione, processano anche lui. La forma-processo si rivela uno dei modi fondamentali di ordinare l’immenso scialo di futilità di cui si compone ogni esistenza: “Qui finalmente la vita giungeva a compimento con la coerenza di un’opera d’arte”.

2. Leonardo Sciascia, Il cavaliere e la morte (Adelphi)
Insieme a Todo modo e a Nero su Nero, il libro imprescindibile per comprendere, sia pure per lampi, come funziona e si riproduce il potere in Italia: il potere chiesastico, il potere politico, il potere giornalistico, il potere giudiziario. Fazioni e corporazioni al di sopra e al di fuori della legge, guerre per bande, e una logica dell’emergenza permanente in cui si accomoda ogni arbitrio. Come diceva Sciascia, l’Italia è il paese più governabile che esista, ingovernabili sono semmai coloro che, nei governi, lo reggono. Memorabile annotazione sulla parola paninoteche, una delle parole-simbolo degli anni Ottanta: “Mi pare appesti insieme panetterie e biblioteche”.

3. Jules Renard, Lo scroccone (Adelphi)
Il critico d’arte Matteo Marangoni, in un libro di educazione al gusto che mi ha accompagnato per tutta l’infanzia (Saper vedere, del 1933) raccontava di come a volte gli capitasse di ammirare per ore e ore delle opere d’arte figurativa, senza mai domandarsi che cosa, appunto, figurassero. Ora, io non so più bene cosa racconti Lo scroccone, se non per cenni confusi (un uomo che si attacca come un parassita alla vita di un altro e lo depreda di cibo, ricchezze e soprattutto donne); eppure, ricordo poche ore di lettura così libere e ammalianti. Capisco perché il libro sia così caro a Calasso: è il quod erat demonstrandum della filosofia adelphiana della letteratura assoluta, sgravata in ultimo dalla zavorra del mondo.

4. Giorgio Manganelli, Centuria (Rizzoli)
Bisognerebbe farne una serie televisiva, date retta a me: cento puntate sulla falsariga di The Twilight Zone. Vi vendo l’idea per pochi milioni di euro, o per un trilocale alla dimora Olgettina. I “cento piccoli romanzi-fiume” di Manganelli hanno, del fiume, la proprietà più misteriosa ed elusiva: non ci si può bagnare due volte nelle sue acque, come insegnava Eraclito, e come sa chi legga più volte una qualunque di queste prose, ritrovandola ad ogni nuova lettura irriconoscibile e mutata.

5. Augusto Frassineti, Tre bestemmie uguali e distinte (Feltrinelli)
L’atteggiamento verso lo humour nero è uno degli spartiacque decisivi tra i diversi tipi di esseri umani, e questo vecchio libro di Frassineti offre una buona occasione per dimostrarlo. La prima delle tre bestemmie prefigura infatti la Soluzione finale al problema dei bambini e della loro vocazione allo schiamazzo e alla distruzione: “Non basta legare i bambini alla sedia, drogarli o chiuderli nel cesso. Non serve tappar loro la bocca o il sedere con il cerotto o con la plastilina. Non vale immettere corrente ad alta tensione nelle strutture metalliche di recinzione dei giardinetti e dei terreni edificabili, né chiudere a doppia mandata l’uscio del salotto buono. Bisogna ucciderli“.

6. Charles Beaumont, Yonder. Stories of Fantasy and Science Fiction (Bantam Books)
Come molti autori che si sono fatti le ossa sulle riviste pulp di fantascienza americane, Beaumont era uno scrittore di grana grossa e di stile abborracciato. Aveva, però, l’immaginazione di un metafisico autentico, e alcuni dei suoi racconti sembrano provenire da quella stessa regione dove hanno attinto Kafka e i Veda. In particolare Traumerei, vertiginosa fantasia sacrificale dove il mondo intero si svela essere il sogno di un condannato a morte.

7. Alberto Savinio, Dieci processi (Sellerio)
Libro letto di contraggenio, perché la sua pubblicazione nasconde, a quel che so, poco onorevoli manovre baronali. I dieci processi sono tra i più famosi della storia: Socrate, Giovanna D’Arco, Tommaso Campanella, Galileo Galilei, Luigi XVI. A proposito di quest’ultimo, Savinio annota: “Il punto debole della Rivoluzione Francese, è di essere una rivoluzione francese. (…) I francesi sono maestri nell’arte di creare l’affaire. E la rivoluzione del 1789 che altro è se non un’affaire, e di tutte la più grossa?”. Qualche decennio più tardi, Raymond Aron avrebbe scritto che il Maggio parigino era stato uno psicodramma.

8. Anatole France, Crainquebille (Liberilibri)
Ancora processi, ma stavolta niente grandi nomi: un venditore di verdura fresca, e un’imputazione senza importanza (aver detto “Porca vacca” a un agente, se ben ricordo). Ma su questo caso insignificante si danno convegno, quasi scendendo dai loro scranni celesti, tutti gli Dèi e i Demoni della giustizia. “E in quel momento Crainquebille avrebbe anche fatto una confessione piena se avesse saputo cosa doveva confessare”. Introduzione e postfazione di Carlo Nordio, quasi più interessanti del racconto. Dedica “A Calogero Mannino e alle altre vittime di errori giudiziari”.

9. Paul Collins, La follia di Banvard (Adelphi)
Tredici ritratti che compongono una “galleria di sconfitti”: uomini che furono famosissimi e coperti di onori, di cui i contemporanei scrissero elogi strabilianti, certi di consegnarli alla storia; poi qualcosa andò storto, un capriccio della fortuna, ed ecco che oggi sono dei perfetti sconosciuti. La vicenda più incredibile è quella di William Henry Ireland, “stupido di talento” disprezzato dal padre, che per ottenerne la stima fabbricò falsi manoscritti di Shakespeare, tenendo in scacco per anni i massimi esperti shakespeariani della sua epoca. Da leggere accanto alla Sinagoga degli iconoclasti di Wilcock.

10. Friedgard Thoma, Per nulla al mondo. Un amore di Cioran (L’orecchio di Van Gogh)
Quel che potevo scriverne l’ho scritto in questo articolo. Aggiungo solo che bisognerebbe leggerlo prima di leggere qualunque altra cosa di Cioran; e allora se ne subirà tutto l’incanto, certo, ma non più l’autorità sapienziale.


Top 10 – Saggistica o quasi

1. J. Rodolfo Wilcock, Il reato di scrivere (Adelphi)
“Siamo arrivati al punto che  i peggiori impiegati delle lettere, critici che non scarabocchiano una sillaba senza ispirarsi a un comunicato stampa e scrittori vincitori di qualunque premio letterario ci possa venire in mente (ed è impossibile ricordarli tutti), assai applauditi e magari fanatici del rimborso spese, eccetera eccetera, siano anche i primi accusatori della sempreverde corruzione letteraria. Molte carriere libresche sono diventate così biforcute: coscienza inquieta e stipendio fisso”. Così il curatore Edoardo Camurri nella postfazione. Il piccolo libro di Wilcock permette di sbarazzarsi, in un colpo solo e senza troppi rovelli, tanto della vanità letteraria quanto della vanità di secondo grado dei fustigatori della vanità letteraria.

2. Roberto Calasso, L’ardore (Adelphi)
Ne ho scritto in questo articolo, proponendo una chiave di lettura alquanto lunatica: L’ardore è un’auto-allegoria del catalogo Adelphi. Non aggiungo nulla, anzi una sola cosa: piaccia o non piaccia Calasso, stiamo parlando di un libro che consente di capire qualcosa dell’India dei Veda e dei suoi intricatissimi sistemi filosofici e rituali, scritto in bello stile da uno che conosce il sanscrito (e tutto il resto dello scibile). Sapreste indicarmene altri?

3. Giuseppe Rensi, Critica dell’amore (Biblioteca di via Senato)
L’Italia del primo Novecento era popolata di figure eccentriche di filosofi-scrittori, capaci di essere radicali fino alla dissennatezza (una dissennatezza a tratti ilare, e assunta con spavalderia) e di maneggiare la lingua con un estro e una padronanza da funamboli. Rensi appartiene alla famiglia, e il suo libello contro l’amore, che pare scritto dal fratello più misogino di Schopenhauer, uccide tutti i chiari di luna che gli capitano a tiro. Prefazione (chi l’avrebbe mai detto?) di Filippo Facci.

4. Romano Amerio, Zibaldone (Lindau)
Conobbi Romano Amerio grazie a Elémire Zolla, che gli dedicò un bel ritratto in Uscite dal mondo. Ma la mole delle sue opere (centinaia di pagine di discussioni teologiche del dogma cattolico) mi aveva sempre spaventato, tanto quanto mi attirava il suo italiano bello ed eletto, a metà tra Manzoni e Giordano Bruno. Lo Zibaldone dei suoi pensieri è il modo più indolore per incontrare Amerio, e offre un paio di benefici rari: consente di osservare il nostro paese da un altro luogo (la Svizzera italiana) e il nostro tempo da un altro tempo (il Medioevo cristiano, grosso modo).

5. Oskar Panizza, Wagneriana (Spirali)
Il chiaroveggente Panizza intuì il punto d’osservazione fatale da cui trafiggere Wagner e il wagnerismo: il pubblico, le sue reazioni, “i movimenti estatici, i crampi mistici e il respiro brusco, scandito”. Era il 1891. Un secolo dopo, ancora fatichiamo a riconoscere pienamente in Wagner il capostipite dell’intera avventura del cinema (e dell’oltrecinema).

6. Luisa Passerini, Storie d’amore e d’Europa (L’Ancora del Mediterraneo)
Ai nostri giorni ci si accapiglia sulle “radici cristiane” (o greche?) dell’Europa. Di nuovo: Atene o Gerusalemme? Ma per un paio di decenni, tra le due guerre, qualcuno pensò che l’edificio della civiltà europea poggiasse sul fondamento assai friabile di un sentimento: l’amore romantico, di cui si rivendicava l’invenzione nella Provenza del dodicesimo secolo, tra lirica trobadorica, devozione mariana ed eresia catara. Era come erigere una cattedrale su una nuvola; e infatti, la tesi che l’amore romantico fosse sconosciuto all’antichità e all’Oriente oggi non la sostiene quasi più nessuno. Ma questa splendida illusione ha lasciato sul campo opere importanti. Tra queste, Allegoria d’amore di C.S. Lewis e, soprattutto, L’Amore e l’Occidente di Denis de Rougemont…

7. Denis de Rougemont, Personnes du drame (Gallimard)
…Il quale De Rougemont (vedi sopra) non ha scritto solo L’Amore e l’Occidente. Ha scritto anche un magnifico seguito (attenzione: pubblicità subliminale) e un gran numero di opere di argomento affine o confinante. Personnes du drame è la più affascinante, e i ritratti di Goethe, Kierkegaard e Lutero sprizzano luce e intelligenza da ogni parola.

8. Ernst Gombrich, Breve storia del mondo (Salani)
Chi era Annibale? E Filippo il Bello? E i Normanni? E che cos’era la lotta per le investiture? E la disfida di Barletta? Lo abbiamo studiato a scuola, e poi lo abbiamo dimenticato. O meglio: ci rimane in testa una serie di nozioni che galleggiano come turaccioli in un mare di confusione. Grazie a Gombrich, in trecento pagine, il disegno della storia umana riprende forma. Direte voi: ma è un libro per bambini. Motivo in più per essere umili, e leggerlo.

9. Elémire Zolla, Tre discorsi metafisici (Guida)
Non è tra i migliori di Zolla, ma è di certo il più introvabile: l’ho cercato per dieci anni. Due dei tre scritti (Considerazioni su Bachofen, Lo scopo della vita) non aggiungono granché al corpus zolliano. Ma il terzo, Considerazioni sulla fiaba, lascia intravedere una regione in ombra della mente di Zolla, quella che forse condivise più intimamente con Cristina Campo. La fiaba offre “il potere di affrontare la vita capovolgendo le norme della prudenza mondana”, e per questo la odia “chi vorrebbe sottrarre all’uomo la capacità di valicarsi”. Sembra di leggere Fiaba e mistero.

10. Charles Nodier, L’amateur de livres (Le Castor Astral)
Basterà riportare i titoli degli scritti raccolti in questo volumetto, tutti composti nella prima metà dell’Ottocento, perché capiate come mai Nodier mi è tanto caro: Le Bibliomane, Bibliographie des Fous, De la monomanie réflective.


Top 5 – Attualità o quasi

1. Paolo Flores d’Arcais – Giampiero Mughini, Il piccolo sinistrese illustrato (SugarCo)
Hanno fatto entrambi una brutta e zitellesca fine. Il primo fa la tricoteuse a piè di forca per i qualunquisti del Fatto di Travaglio, il secondo fa la starlette avvizzita in tv. Il prefatore, Giorgio Bocca, si è ridotto come uno di quei vecchietti bizzosi che sputacchiano per terra maledicendo il governo, i giovani e l’internet. Ma che libro delizioso furono capaci di compilare, trent’anni fa! Le voci raccolte nel glossario del sinistrese – Autocritica, Fare il gioco di, Livello di scontro, Oggettivamente, Riappropriarsi, Ribadire – sono come fazzoletti sporgenti dal cilindro di un mago: provate a tirarne un lembo, ne uscirà fuori un mondo.

2. Alessandro Dal Lago, Eroi di carta (Manifestolibri)
Passa per essere un libro contro Saviano, e senz’altro è anche questo. Se non proprio con malanimo, è scritto con una vis polemica imbizzarrita che a volte porta il ragionamento fuori corsia, o lo fa nitrire a vuoto. Ma al netto di tutto questo, è un saggio di critica politico-culturale nel senso migliore, diciamo pure di critica dell’ideologia. Quale ideologia? Quella della “narrazione”, che tiene insieme Saviano e Vendola, il New Italian Epic e gli eroi dei fumetti. Gli ingredienti sono elencati correttamente, ma il cuoco è frettoloso e un po’ pasticcione.

3. Luca Simonetti, Mangi chi può (Mauro Pagliai)
Anche questo è un libro di critica dell’ideologia, nel senso schiettamente marxiano di “falsa coscienza”. Il bersaglio è Slow Food, con la sua retorica dei sapori antichi e del rapporto viscerale con la madre terra. Dall’eccellente disamina di Simonetti l’organizzazione di Petrini esce a pezzi, o meglio resta in piedi per quel che è, alla fin fine: un club di ricchi crapuloni di sinistra, che hanno liberato la ghiottoneria dai sensi di colpa della leisure class. Insomma, un modo per emendare quelle vecchie caricature in cui il capitalista è un grassone in cilindro nero che s’ingozza alle spalle del popolo. Oggi ci s’ingozza contro la società dell’abbondanza, a prezzi proibitivi per il suddetto popolo.

4. Antonio Pascale, Scienza e sentimento (Einaudi)
Dovrebbe far parte della biblioteca minima di ogni persona di sinistra, specie come strumento per recuperare al buon uso della ragione quelli che soccombono alle sirene dei Grillo, delle Vandana Shiva, degli apocalittici ossessionati dagli Ogm. Un libro bello, onesto, vorrei dire perfino amichevole, che sembra riportare su un piano intimo e colloquiale certe battaglie che Paolo Rossi (no, non il calciatore; no, nemmeno il comico) conduce dai tempi di Immagini della scienza (1977).

5. Carlo Nordio – Giuliano Pisapia, In attesa di giustizia (Guerini e Associati)
Una poltrona per due: quella di Ministro della Giustizia. Non potremmo meritare di meglio, in Italia, di questi due galantuomini garantisti, che da sponde opposte (il liberalismo conservatore e illuminato, la sinistra libertaria poco incline alle manette) giungono a conclusioni simili. A partire dalla separazione delle carriere, e dalla riduzione della barbarie del carcere preventivo. Vi si leggono anche molte illuminate parole sulle intercettazioni (e qualche parola ingiusta sul caso Tortora).


Top 5 – Extravaganzas

1. Frédéric Pagès, La filosofia o l’arte di chiudere il becco alle donne (Il Melangolo)
Divertimento dotto sulla misoginia come precondizione del filosofare. Per chi non se la sente di affrontare le centinaia di pagine di Sesso e carattere di Weininger.

2. Francesco Chiesa, Galateo della lingua (Edizioni La Scuola)
Bisognerebbe scriverne uno nuovo, aggiornato ai nostri tempi e al dilagare del “piuttosto che” o dell'”assolutamente sì”, cafoni che non siamo altro. Questo è del 1942. Ci siamo abituati a sentir dire che le bandiere garriscono al vento, ma nessuno “ha mai udito una bandiera far il verso dei gabbiani o delle comari arrabbiate: metafora insopportabile attraverso le ripetizioni”.

3. Ruggiero Capone, Br esoteriche (Pagine edizioni)
Le Brigate Rosse erano una setta di assassini dediti al culto di Osiride, il lato sinistro del potere iniziatico, e il loro simbolo – la stella a cinque punte – era in realtà il Pentacolo dei satanisti. Tutto torna. Ne scrissi qui.

4. Nicola Pezzoli, Tutta colpa di Tondelli (Kaos)
Un autore non pubblicato racconta la sua vicenda di autore non pubblicato, ed è, questo, l’unico suo libro che viene pubblicato. Ne ho già scritto. La risposta scanzonata alle petulanti Lettere a nessuno del petulante Antonio Moresco, il libro più miserabile che ho letto nel 2009.

5. Ivan Bloch, La vita sessuale dei nostri tempi nei suoi rapporti con la civiltà moderna (Sten)
Scritta nei primi del Novecento, è una formidabile opera medico-filosofica sulle abitudini sessuali della specie umana, scritta da un “medico specialista delle malattie celtiche e cutanee a Berlino”, come recita il frontespizio. Un libro dove, per dirne una, la passione erotica per bambole e manichini è accostata alla necrofilia, e a una terribile fantasia libertina di un anonimo scrittore settecentesco, e a Pigmalione, e a cent’altre cose. La mia edizione ha in appendice anche “tre capitoli originali di Cesare Lombroso su: L’amore nel suicidio, nel delitto, nella pazzia.


Top 5 – Classici

1. Martin Lutero, Contro i profeti celesti (Claudiana)
L’intemerata di Lutero contro Carlostadio e gli altri Schwarmgeister, o entusiasti. I due temi di fondo – se la messa sia o meno un sacrificio, e se occorra distruggere le immagini – sono in fin dei conti ancora affar nostro.

2. Sebastian Franck, Paradossi (Morcelliana)
Un grande e misconosciuto mistico della Riforma, osannato da Prezzolini, e anch’egli bersagliato da Lutero. Che stavolta, però, aveva torto.

3. Francesco Petrarca, Secretum (Rizzoli)
Per banale che sia, lo dico: mentre lo leggevo, avevo l’impressione che fosse lui a leggere me. Mi capita solo con Agostino, con Seneca, con i moralisti classici. Tra le altre, ho annotato questa frase, che dovrebbe far da bussola a molti ambiziosi: “Che se poi gli uomini conoscessero le miserie che accompagnano chi occupa i supremi gradi, avrebbero in orrore quello cui aspirano”.

4. Epitteto, Manuale (Garzanti)
“Non frequentare senza ragione, con tanta facilità, le pubbliche letture”. Dunque la mia avversione per la moda dei reading può vantare nobili ascendenze stoiche.

5. Tomasi Di Lampedusa, Il Gattopardo (Feltrinelli)
“Ma come, non l’avevi letto?”. No. Cercavo la chiave giusta, e me l’ha offerta Cristina Campo elogiando, di Lampedusa, “la sua titanica ironia, la sua prodigiosa indifferenza ai falsi problemi, la spiegata felicità del suo ritmo; qualcosa di simile a una di quelle arie illustri e negligenti che i gentiluomini di un tempo fischiettavano avviandosi al duello: giacché null’altro è il libro del principe di Lampedusa se non un duello all’ultimo sangue tra la bellezza e la morte, e la sua morte, tra l’altro”. Così, l’ho letto infischiandomene per quanto possibile di sociologismi, questioni meridionali e fallimenti risorgimentali.


Bottom 5 – Ridatemi i soldi

1. Jonathan Littell, Racconto su niente (Nottetempo)
Ci sono autori di un solo libro. Dirò di più: sono la maggior parte. Ma nessuno glielo dice, men che mai lo ammettono loro a sé stessi, e così inanellano, pur essendo biologicamente vivi, scritti postumi. Dopo le Benevole, va pur detto, Littell non ha scritto che inezie.

2. Roberto Bolaño, La letteratura nazista in America (Sellerio)
Conoscere un autore che molti dicono grande per mezzo di un brutto libro è una sfortuna, ma è quel che mi è capitato, e non so se leggerò più 2666 o I detective selvaggi. Peccato.

3. Giorgio Saviane, L’inquisito (Lerici)
Il libro, del 1961, non è granché, anche per gli appassionati di romanzi giudiziari. Peggio ancora le circostanze della sua ripubblicazione, nel 1994, sull’onda delle inchieste sulla corruzione e con introduzione di Pier Luigi Vigna (!). Saviane sentì il bisogno di aggiungere una prefazione in cui si mostrava quasi pentito di aver dato nobiltà morale alla figura dell’inquisito. Erano i tempi, ricordiamolo, in cui “avviso di garanzia” equivaleva a “giudizio di Cassazione”.

4. Harold Bloom, Angeli (Bollati Boringhieri)
Chissà perché, varcati i sessant’anni, molti dotti, letterati e filosofi di solida dottrina s’incapricciano degli angeli e sentono il bisogno di scriverci un libro. L’ultimo, a quanto pare, è Agamben. Quello di Bloom asseconda la sua lunga fase declinante, di cui Omens of the Millennium era un’avvisaglia fin troppo chiara.

5. Giuseppe Cruciani, Gli amici del terrorista. Chi protegge Cesare Battisti (Sperling & Kupfer)
Un pamphlet, un libro di battaglia, dovrebbe puntare a convincere gli incerti e i tentennanti, o quanto meno a innescare un dibattito con la parte avversa. Ma un pamphlet sovreccitato e sopra le righe, che grida a ogni pagina “assassino”, “complici” e “vergogna”, sortisce tutt’altro effetto: allontana i dubbiosi, fa erigere un muro di dispetto ai contrari, e infastidisce chi è già persuaso della bontà della causa. E allora, perché scriverlo? E soprattutto: per chi?

Written by unpopperuno

gennaio 28, 2011 at 11:58 am

Pubblicato su Libri

8 Risposte

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  1. Perdona Bolano, ha scritto cose brutte e pasticciate, ma anche grandissimi romanzi.

    Cristina

    gennaio 28, 2011 at 12:45 pm

  2. vero. i detective selvaggi è bello, 2666 avrebbe potuto esserlo, ma è palesemente incompleto

    tfrab

    gennaio 28, 2011 at 11:07 pm

    • Ammiro quasi tutto ciò che lei scrive, ma non sono d’accordo su Pascale. Sa che, in un libro che dovrebbe difendere la scienza, compare persino un’impostura intellettuale (la sua definizione dell'”effetto farfalla”)?
      Per carità, è un piccolo errore. Ma è comunque un sintomo: gli “scientisti” come Pascale e gli “oscurantisti” sono le due facce della stessa medaglia. Su una faccia ci sono quelli che pensano che gli scienziati siano maghi, sull’altra quelli che li trattano da streghe, e si fomentano a vicenda. Ambo le parti rendono un cattivo servizio alla conoscenza, che si giova di dubbi, incertezze e approssimazioni successive.

      Andrea Capocci

      gennaio 29, 2011 at 2:22 pm

      • Caro Andrea, appunto perché è (come tu dici, e non avendo io competenze in materia mi fido) un piccolo errore, non lo chiamerei una impostura intellettuale, nemmeno nel senso di Sokal, che implicherebbe comunque il dolo, la volontà di ingannare. Sono certo che Pascale, se ha sbagliato, lo ha fatto in buona fede, buona fede che è evidente in ogni sua parola. Non vedo quindi simmetria con quegli apocalittici antiscientisti che truccano deliberatamente le carte in tavola per accreditare una loro tesi. Si dirà che lo fanno “a fin di bene” (o di quello che percepiscono come tale); ma il “fin di bene” è cosa diversa dalla “buona fede, e assai più machiavellica.

        unpopperuno

        gennaio 31, 2011 at 10:04 am

  3. Non ho letto La letteratura nazista in America, ma 2666 é un miracolo della scrittura. Che sia incompleto poco importa (essendo un universo in se é incompleto per forza di cose, al di lá della morte del suo autore), la vera tragedia é che finisce.

    Leonardo

    febbraio 4, 2011 at 3:17 pm

  4. ma miseriaccia, i post di questo sito non sono indicizzati! volevo mandare a un amico la critica militare di erri ti presento nichi e non è possibile!
    ma che modi sono questi!
    protesto vibratamente!
    voglio parlare col direttore del locale!
    e quindi, naturalmente: lei non sa chi sono io…
    no, dai, davvero

    effe

    febbraio 7, 2011 at 9:47 am


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