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Il blog di Guido Vitiello

“La rapida ascesa di B. Lojacono”. Un racconto di Matteo Marchesini

with one comment

Mettetevi comodi, perché non sarà una lettura breve. Ma sarete ripagati con larghezza, credetemi, di tutto il tempo e l’attenzione che il racconto vi avrà richiesto. Potrei dire “riceviamo e volentieri pubblichiamo”, ma la formula di rito nasconderebbe la circostanza che sono stato io a pregare l’autore, Matteo Marchesini, perché mi consentisse di ospitare il suo racconto. È uscito il primo sabato di agosto sul Foglio con un occhiello accattivante quanto fuorviante, o perlomeno riduttivo: “Promemoria per la generazione TQ”. Certo, si parla di giovani scrittori e di riviste letterarie bolognesi. Ma dopo nemmeno dieci righe mi ero allegramente dimenticato dell’avvertenza, e ho proseguito la lettura senza curarmene, e senza averne danno. Salvo ricordarmene dopo la fine; perché se c’è un promemoria che vale per questa autonominata “generazione” come per tutte le altre passate e future, è che il primo compito di ogni scrittore è scriver bene, senza curarsi troppo di alleanze, giochi di squadra, cordate, fraternità e consorterie. Detto questo, buona lettura.

Non riuscivo mai a capire quale fosse il vero ruolo di Lojacono nella piccola rivista letteraria che in quel periodo Franco e l’Ebreo stampavano presso un tipografo di via Stalingrado. Lui partecipava sempre, a tutte le riunioni di redazione che si svolgevano nella cucina del nostro bilocale, ma dalla camera da letto in cui mi rifugiavo per l’occasione non udivo quasi mai la sua vocetta metallica infilarsi tra quella strascicata dell’Ebreo e le grasse urla venete di Franco.

Sia detto subito che io schivavo queste riunioni mica per cattiva volontà o per una mia superbia, anzi, se mi appartavo sotto il piumone era solo per la svogliatezza estrema da cui ero purtroppo afflitto in quel periodo. Ormai Franco lo sapeva e non faceva più alcuno sforzo per trascinarmi di là in cucina. E del resto, di cosa avrei potuto parlare? Io in quei primi anni di università conoscevo praticamente soltanto gli scrittori più famosi del decadentismo e dell’esistenzialismo, e poi li avevo letti tutti solo e soltanto in funzione di Faulkner. Trovavo Faulkner ovunque. Se leggevo delle allucinazioni di un ferroviere in Tozzi dicevo ecco questo è già L’urlo e il furore, se invece aprivo La nausea dicevo siamo ancora all’Urlo e il furore, e se annegavo nella piena verbale di Molly Bloom mi sembrava che fosse servita soltanto a preparare il terreno su cui si era poi imbozzolato il suicida Quentin. Questa ossessione m’era venuta l’ultimo anno di liceo, un pomeriggio in cui ero tornato a casa umiliato contemporaneamente dal prof. di latino e dalla banda di Labo. Chiuso a chiave in un’altra camera da letto (insieme più linda e più fetida di quella che avrei diviso in seguito con Franco) mi ostinavo a rileggere il monologo di Benjy, per cullarmi nel nonsenso e leccarmi le ferite. Poi, a poco a poco, provai a capirci qualcosa. E quando finalmente, in mezzo a tutte quelle ombre, iniziò ad aprirmisi una luce pallida e vischiosa, mi sentii di colpo padrone di un segreto preziosissimo, come se qualcosa di organico e indelebile mi si fosse depositato nelle viscere. In realtà era solo la gioia del possesso, la felicità piccola e borghese di avere arato un campo per molti coetanei ancora sconosciuto, insomma una cosetta meschina che avevo immediatamente eretto a vendicativa Weltanschauung. Così di tutto quello che leggevo non capivo niente, ero come quei filosofi che fanno gli opinionisti sui giornali e quando gli chiedono dell’aborto citano l’Uno di Parmenide, e quando li incalzano sulla crisi della coppia riattaccano con l’Uno di Parmenide, e quando li implorano di confessare cosa pensino sul cosiddetto pensiero unico ripetono che non c’è niente di nuovo sotto il sole dai tempi di Parmenide. Comunque, per farla breve, io non partecipavo quasi mai alle riunioni anche perché sentivo oscuramente che questa mia ossessione da bottegaio della letteratura, che tiene strette le sue poche fiches circondato da un mare di misera ignoranza, aveva davvero qualcosa di sbagliato (sebbene in molte cene alle osterie del Pratello si rivelasse troppo utile per rinunciarvi). Ma allo stesso tempo, e ripeto senza spocchia alcuna, sentivo che anche i discorsi che Franco e l’Ebreo lasciavano vibrare contro le birre sparse sul tavolo della cucina, anche questi discorsi avevano in sé qualche cosa di poco convincente. Ecco perché m’incuriosiva il silenzio di Lojacono: perché rispondeva al mio silenzio in un modo misterioso e forse speculare. Non era infatti il silenzio dell’assenza, del fuoricampo, e neanche quello del giudice o del convitato di pietra: piuttosto il silenzio insieme inerte e ostinato, compatto e irremovibile degli specchi – e di tutti gli oggetti inanimati.

Bisogna anche dire che già allora Lojacono sembrava più vecchio della sua età; ma di quel vecchio che poi verso i trentacinque anni si stabilizza e che mentre gli altri attorno si consumano con angosciosa lentezza comincia a risplendere di una gioventù che non ha mai avuto: una gioventù globosa, tiroidea, con qualcosa di glabro e bambinesco che si stampa sul viso paffuto, ancora perfettamente liscio, e sulle mani grigiobianche come i ventri di due orate sul bancone del pescivendolo – mani inodori e ripugnanti da diaconi, dove a differenza di quel che accade nel resto del corpo ogni ruga ogni peluzzo ogni linea è al suo posto giusto e ha la sua giusta intensità. Ma insomma Lojacono aveva allora solo ventidue anni e già ne dimostrava trentacinque. Cercava di distribuire equamente i capelli rimastigli, pochi ma splendenti e vivi, su una pelata lucida e oleosa. E poi, c’è da dire che si vestiva in un modo peggio che goffo, indisponente: era capace di mettersi una camicia di flanella sotto una felpa sportiva, di portare i calzini lunghi eleganti sotto gli scaldamuscoli o altra roba del genere. Quindi, in un contesto un po’ fricchettone dove l’influenza si misurava a dettagli, ad armonie impercettibili, a timbri vocali stilizzati, sembrava dover subito soccombere. E invece no. Invece Lojacono era sempre Lojacono, sempre lì, in casa nostra o anche alle feste dell’Ebreo e di Strofinacci, a comunicarci con la sua sola compatta presenza un imperativo morale vuoto e assoluto come quello kantiano.

Si sarebbe detto, in certi momenti, che somigliava a quei coriacei pezzi di mobilia che si lasciano per pigrizia al loro posto anche dopo che si è deciso di rimodernare casa. Eppure nessuno lo spiava con beffarda sufficienza, e stranamente su di lui non si facevano neanche le solite battute che si fanno su chiunque; si taceva perfino le rare volte che era assente. Totem e tabù, Lojacono irradiava intorno a sé un’atmosfera perturbante. Il fatto è, almeno io la vedo così, che dietro quella sua ostinata partecipazione alla rivista e agli eventi conviviali messi in piedi dal gruppetto di fuorisede che si era trovato a seguire le lezioni di Astolfo Bordiga nell’aula sei di lettere (gruppetto che si è poi espanso a poco a poco per la naturale tendenza dei clan veneti, salentini e abruzzesi a riunire i loro disiecta membra in cenacoli straripanti di rustelle, orecchiette e valpolicella), il fatto, dicevo, è che dietro tutto questo molti di noi percepivano un insondabile eppure radicato fanatismo. Un fanatismo senza aggettivi, intendo: senza oggetto. Del quale sentivamo intorno a lui la mansueta ma paurosa presenza al modo in cui le future prede percepiscono l’odore acre di una belva ancora nascosta tra i cespugli.

Ma in effetti non c’era solo questo. Perché le rare volte che Lojacono parlava, ad esempio nelle riunioni, le sue frasi metalliche e apparentemente insignificanti sembravano imprimere un adeguato peso specifico alle parole altrimenti poco convincenti che Franco e l’Ebreo avevano appena sparato come cartucce a salve contro i muri della nostra cucina. In fondo Lojacono non faceva che ripeterle, parafrasarle, rigirarsele nel palato come ci si rigira una moneta nella mano: magari lustrandole o scheggiandole appena con un dubbio, con un cenno perentorio alla più piatta attualità domestica o mondiale, e più spesso ancora con l’estrazione di un predicato già analiticamente contenuto nel discorso degli altri. Eppure, non c’è che dire, la tecnica funzionava: era come una passata di fissante sul colore fresco. Se per esempio Franco tirava fuori il nome di un quartiere berlinese che sembrava letterariamente in gran fermento (e «fermento», specie dopo la quinta birra, era senza dubbio una delle sue parole preferite), se si sbracciava come un guitto a dire che bisognava dedicargli un numero monografico, che bisognava insomma trovare i soldi per farci un viaggetto e inventare poi il format giusto per raccontarlo («format», invece, era il suo cavallo di battaglia quando alle riunioni partecipava l’indimenticata Martinez, un’oriunda messicana così magra e ieratica da apparire un geroglifico bidimensionale sotto qualunque inquadratura), allora Lojacono era capace di rompere il solido nulla del suo silenzio scandendo che «descrivere l’ultima generazione di scrittori berlinesi, quelli che si ricordano della caduta del muro come di un mito dell’infanzia, è oggi effettivamente imprescindibile». Proprio così diceva, lo giuro: «effettivamente imprescindibile». Ed ecco che quell’avverbio muscoloso, quell’aggettivo stringente tipo camicia di forza si stampavano come un riposante quadro astratto nell’aria della cucina.

A quel punto, spesso, Franco e l’Ebreo tacevano incantati, come due cestisti che abbiano guardato oscillare a lungo il pallone lanciato a canestro oltre la linea dei tre punti, e che d’un tratto, grazie alla invisibile mano del destino, lo vedano finalmente precipitare nella reticella con un soffio perfetto. Tuttavia il silenzio durava poco, perché l’Ebreo ricominciava presto ad agitare il suo pancione sformato sulla sedia e a implorare che il numero monografico non sfrattasse le pagine delle recensioni da lui curate. L’Ebreo, infatti, era ossessionato dal genere letterario della recensione: genere che rifiutava di applicare soltanto ai prodotti poetici o latamente artistici, e che tentava ogni volta di estendere ai ristoranti, agli autobus, ai professori, perfino alle ragazze o alle nostre facce. «La recensione, dobbiamo resuscitare la recensione, i piccoli resoconti ben fatti, proprio perché adesso tutti li snobbano e dicono che sono inutili: ebbene, noi ci prenderemo il compito da formiche di recensire la vita da cima a fondo, anche partendo dalle piccole cose, dai dettagli… che ne dite, eh, che ne dite? Ho ragione sì o no, Franco, ho ragione?».

Il più delle volte Franco non diceva niente, perché ormai quella tiritera l’aveva sentita un milione di volte e lui si entusiasmava solo per le novità, mica per gli affondi teorici. Però, quando alle riunioni veniva anche Strofinacci, allora lui sì lo sentivo saltar su impaziente, buttando fuori le sillabe a scoppi come una cascata che non trovi un buco abbastanza largo per far sgorgare l’acqua: «La recensione, la recensione…», balbettava con sprezzo. «Il commento, vorrai dire!… La glossa, la…! La parafrasi a margine!… Questo è il vero genere che può redimere i dettagli…». E qui partiva in un lungo comizio sulla redenzione, che metteva in tutti il sospetto che lui avesse partecipato alla riunione soltanto per trovare un appiglio da cui prendere il largo con le sue fantasie talmudiche.

Bisogna infatti precisare che Strofinacci viveva nella costante attesa di poter vomitare su qualcuno le centinaia di pagine mitteleuropee divorate ogni giorno; così che riusciva ad ascoltare il resto dei discorsi (cioè quasi tutti) solo saltando frenetico sulla sedia come se avesse il ballo di San Vito, o accendendosi sigarette a ripetizione e strizzando l’occhio in un tic coordinato stranamente al tremolio degli indici. In più, va anche detto che questo suo atteggiamento toccava il parossismo davanti all’Ebreo. Lo irritava, credo, il fatto che uno che aveva la fortuna di appartenere per nascita alla cultura paradossale di cui Strofinacci venerava ogni minimo lacerto, non si curasse affatto del proprio privilegio, e anzi badasse a recensire quel che gli capitava sottomano con l’ottimismo di chi il messia lo vede arrivare tutti i giorni. Insomma Strofinacci, che sui muri dello sgabuzzino di via Begatto dove s’era sistemato con branda e libreria aveva affisso le gigantografie sgranate di Benjamin, Kafka e Celan, avrebbe voluto averlo lui un cognome come Peled, e una nonna che negli ultimi bagliori dell’Alzheimer biascicava gli incipit di barzellette yiddish di cui poi non ricordava la battuta finale. Avrebbe voluto averli, quel cognome e quella nonna, perché gli pareva che sarebbe stato in grado di onorarli in ben altro modo che l’Ebreo.

Ma l’oscura influenza magnetica di quel monolito sudaticcio che Franco presentava a tutti come B. Lojacono (il nome di battesimo credo fosse Bettino, anche se poi decise di firmarsi Bernardo), toccava il suo vero culmine e otteneva la vera ratifica (ratifica che ricadeva retroattivamente sulle poche frasi pronunciate in precedenza) quando dal gorgo dostoevskiano delle scale attraverso cui ci s’arrampicava al nostro bilocale-abbaino in via del Riccio faceva capolino la testa di Astolfo Bordiga.

Era una testa ossuta, aerodinamica, da uccello; come del resto tutto il suo corpo di burattino. Probabilmente fin dalla giovinezza, Bordiga aveva imparato a sfruttare a suo vantaggio la similitudine che, guardandolo, irresistibilmente affiorava nel cervello dei suoi interlocutori: e ogni suo gesto spigoloso, ogni suo passo scoordinato parevano un’ironica mise en abîme della marionetta, un modo beffardo di costringere alla leggerezza della danza quella sua figura segaligna e mal rappezzata. Spesso entrava con uno sguardo compiaciutamente malinconico; ma io l’avevo visto più volte indossare questo sguardo nel momento esatto in cui incrociava per strada uno di noi – indossarlo, dico, sopra un sorriso crudele, allegro, anche vorace. Di solito ostentava di volersi fermare soltanto per un po’, a sentire «cosa si dice di bello», a bere una birretta. Ma poi s’allungava indolente sul bordo del divano, torturando cogli artigli giallastri una molla uscita dalla fodera e spenzolando le gambe al centro della cucina come due ali di pipistrello.

A quel punto, ognuno dei partecipanti alla riunione tentava di mettersi in mostra e al tempo stesso di imitarlo: cioè di primeggiare restando sottotono, buttando lì con finta noia qualche constatazione sulla fatuità della rivista, sul bisogno di «semplificare», o su un paesaggio padano esplorato di recente a bordo di una vecchia Fiesta priva di fanali antinebbia. Però si trattava di tentativi goffi, perché nell’eloquio dei miei compagni tutte quelle parole ostentatamente semplici, infantili e succose per le quali soltanto Bordiga mostrava di avere orecchie, sia con noi sia nelle definizioni della sua poetica (parole come “bello”, appunto, come “naturale”, “aereo”, “leggero”, “impaluga”, “botta”, “puzzolente”, “rocambolesco”, “scoreggia”, “roba” eccetera), si affiancavano all’aggettivazione roboante, alla compulsività avverbiale tipica di ogni noviziato teorico senza cancellarle affatto, ma sottolineandole anzi come con una matita rossa. E lo stesso succedeva con gli anacoluti, pronunciati tentando invano di mimare la medesima mise en abîme umoristica che lui comunicava a gesti.

Ogni tanto, mi sembrava che Franco si esercitasse a parlare così anche quando eravamo da soli. Il fatto è che, nonostante le mie assenze alle riunioni, da quando avevano scoperto che provenivo dallo stesso paesino ferrarese in cui era cresciuto Bordiga, partecipavo ai loro occhi del prestigio immeritato di cui godettero un Max Brod o un Ranieri, o anche soltanto Yoko Ono o Ninetto Davoli. Questo prestigio acquisito di riflesso mi ripagava in parte dello speculare handicap di cui pativo, nel nostro gruppuscolo, per il fatto di non essere un vero fuorisede – cioè un quasi migrante che s’è scavato la tana a centinaia di chilometri da casa – bensì un doppiogiochista cui bastava sobbarcarsi un’oretta di treno per rivedere il natio borgo sul delta.

In ogni caso, tornando a Lojacono, la cosa che stupiva e faceva rodere dentro un po’ tutti era che Bordiga, mentre restava quasi indifferente davanti ai più raffinati tentativi di mimare quel suo stile sobrio fino al bamboleggiamento e appena increspato da un impalpabile acume, sembrava letteralmente incantato dal linguaggio tra burocratico e pomposo («effettivamente imprescindibile») che dopo lunghi intervalli di silenzio le labbra di Lojacono irradiavano insieme con un filino di bianchiccia bava ecclesiale. Bastava che il monolito si schiarisse l’ugola, ed ecco che Astolfo s’era già sollevato dal divano proteggendo la più vicina delle sue orecchie a sventola col palmo a cucchiaio (Bordiga non compiva azioni, ma le esibiva teatralmente: non ascoltava, recitava l’ascolto). Quindi, assorbita con aria di estremo e serioso interesse la frase del suo studente, composta di quelle stesse formule che a lezione era solito irridere con ferocia quando commentava testi e discorsi di qualche suo collega critico o scrittore, si accingeva subito a interrogarlo – a chiedergli chiarimenti, precisazioni, chiose, sempre come se da quell’autoesegesi di Lojacono dovesse dipendere un futuro e decisivo piano d’azione.

Ognuno dei membri del cenacolo, chi più e chi meno, provava disperatamente a scoprire in questa posa di Bordiga un sottotesto canzonatorio per l’ineffabile compagno: ma se sornioneria c’era, appariva ormai così impalpabile e duratura da mettere in serio pericolo il loro apostolato.

Comunque, tutto questo non poteva durare a lungo. La maggior parte di noi stava giusto scollinando oltre la metà dei venti, l’ansia da precari e dottorandi incombeva oramai sulle riunioni, e il maestro non aveva ancora pronunciato nessuna parola chiara sul nostro destino. Ora, se questa attesa s’adattava in qualche modo all’ideologia messianica di Strofinacci (il cui fisico inclinava tuttavia alle più impazienti convulsioni), né Franco né l’Ebreo avevano alcun motivo per accettare di stagnarvi dentro. E d’altra parte, il sadismo pedagogico di Astolfo non era di quelli esibiti, tronfi, tribunizi, ma anzi si nascondeva sotto il suo contrario, fingendosi una complicità tra pari: così che diventava davvero difficile inchiodarlo alle labili tracce delle promesse disseminate nel corso di assemblee e riunioni. Tra le mani ambiziose dei suoi discepoli, Bordiga sgusciava con l’agilità di un’anguilla ferrarese; e l’unico a non farci caso, di nuovo, sembrava Lojacono: allievo in apparenza privo di pensieri e desideri, interamente occupato dalla facoltà umana del Volere – o meglio da una resistenza insana e passiva che ogni tanto mi veniva da paragonare a quella del reduce-lemure della Paga del soldato.

Ma come dicevo, questa situazione non poteva durare. Precipitò, se ben ricordo, in un’afosa sera di luglio, sulle tovaglie a quadretti della trattoria Fantoni. Eravamo lì riuniti per una di quelle presentazioni conviviali, un po’ cena e un po’ staffetta alcolica, che allora attiravano in città folte truppe di poeti-performer e di aspiranti Chandler (a quel tempo, statisticamente, i due soggetti che più capitava d’incontrare uscendo in strada a Bologna erano i giallisti e i fuorisede). Stazionavano a poca distanza alcune ossute interpreti ex damsiane del Teatro di Parola, qualche anoressico assegnista esperto di Carnevalesco o Graphic Novel, e certi esili manipoli di ragazzotti con le code stoppose, l’iPod gracchiante musica irlandese e i regolamenti dei giochi di ruolo nelle tasche, che si riconoscevan subito per narratori fantasy (detti affettuosamente hobbits). In quell’occasione, gettandomi di tanto in tanto una collettiva occhiata sardonica, presenziava perfino la già citata banda di Labo: cioè quel piccolo clan di miei coetanei e paesani che nelle paludi ferraresi erano conosciuti come un gruppuscolo di bulli e che nel capoluogo stavano diventando tutti avvocati praticanti e dirigenti del nuovo centrosinistra, smistati – secondo l’antica prassi Pci – tra giunte di provincia e incarichi funzionariali cittadini (Andrea Labori, da sempre il loro capo, era appena diventato segretario bolognese del partito).

Nel centro di questo serraglio, in mezzo alla veranda di Fantoni affacciata sull’acciottolato del Pratello e sul minaccioso gotico di San Francesco, Franco andava rilasciando a poco a poco le maniglie addominali pompate di birra e inguainate in una delle sue troppe camicie da tanguero, mentre aspettava che si facesse silenzio sufficiente per introdurre l’ultimo numero della rivista. S’intitolava «Narratori delle radure» (licenzioso accostamento dell’idiota padano all’heideggeriana apertura dell’Essere) e molte sue pagine interne erano al solito costellate da citazioni di Bordiga. Proprio alla sinistra del mio eccitatissimo coinquilino, l’impenetrabile Astolfo si rannicchiava sempre più su uno degli sgabelli portati di malavoglia da un cameriere uguale a Peter Lorre. Ma l’eccitazione di Franco non era dovuta solo all’evento in sé. Davanti a lui, tra le tovaglie già coperte di macchie rosso scuro, sedeva quella sera una dirigente editoriale del grande gruppo che da ormai tre lustri pubblicava tutti i libri di Bordiga. Sui trent’anni, con un caschetto immoto come una cappa di piombo, madreperlacea di pelle e un po’ francese, Mara piacque subito a Franco. E probabilmente nel suo giudizio ebbe una parte non trascurabile la consapevolezza che su quel corpo minuto il professor Bordiga, silenzioso e rapace come sempre, aveva già posato e poi risollevato i suoi artigli. Comunque, il nostro caporedattore flirtò con lei per tutta la cena, travolgendola con le sue sparate a salve trevigiane e ottenendone in cambio i sorrisi indulgenti, l’erotismo forse involontario di una sorella maggiore. Così adesso s’aspettava che il ruolo di primus inter pares nella rivista e il dialogo pubblico con Bordiga gli avrebbero assegnato abbastanza punti per poterla riaccompagnare in albergo. Ma fu proprio durante il dialogo pubblico che le cose iniziarono ad andare storte. Dopo un esordio aggrovigliato nei contenuti e squillante nel tono, Franco si mise a cercare la complicità di Astolfo («tu m’insegni…», «come dici tra l’altro nel tuo…», «che poi sarebbe il giullare di tutta una tradizione padana, no…?»). Ma Astolfo, anziché rispondere agli ammicchi e riempire i puntini, continuava a piegarsi sul suo sgabello come un avvoltoio, e anzi ogni tanto alzava le sopracciglia per apparente noia o disappunto, lanciando al presentatore qualche frecciatina che esilarava le prime file. Tuttavia, fin qui, niente di eclatante. I guai veri arrivarono quando toccò a lui prendere la parola. Allora, liquidata in poche indolenti battute la rivista – era bravissimo a recitare la più compassionevole indulgenza per i «dibattiti eruditi» – disse che aveva in serbo una sorpresa, e invitò Lojacono a sedere al posto di Franco: che fu costretto ad alzarsi, basito, e lo fece con la lentezza dolorosa di chi dà un addio. Poi Bordiga pregò il monolito, appoggiato contro lo sgabello come un rinoceronte in un quadro di Savinio, di leggere agli spettatori qualche brano «di un racconto lungo, o romanzo breve, che questo mio studente mi ha consegnato l’altro giorno e che è davvero fuori dell’ordinario». Così, mentre gli altri redattori cercavano d’afferrare in quella serietà elogiativa un sottotesto antifrastico, Lojacono agitò più volte i suoi femori d’inclinazione femminea per assestarsi sulla superficie troppo esigua, si nettò con le mani mollicce i pantaloni elastici, e vi sistemò come su un leggio il suo spesso plico di fogli. Quindi, con la solita voce d’alluminio, iniziò a leggere. «Il geometra Stupazzoni è persona molto rigorosa. Passa il suo tempo a misurare tutte le cose che vede. Per esempio, adesso che sta cercando di trovare una moglie, ha deciso di prendere le misure e di evincere le proporzioni corporee di tutte le donne di Copparo, ove risiede. Un giorno che si reca in un caffè col suo metro snodabile, però, viene interrotto da un piccolo bambino scuro di pelle che gli tira la giacca. Il bambino si chiama Bilal, ed è giunto in Romagna su un peschereccio, clandestinamente. Il geometra Stupazzoni non ha mai visto un clandestino. All’inizio vorrebbe misurargli il cranio…».

Ascoltavamo agghiacciati. Strofinacci aveva acceso contemporaneamente due sigarette, e s’era infilato una mano nella patta dei calzoni. L’Ebreo sembrava scisso tra la malevola attenzione con cui captava il fraseggio pianeggiante di Lojacono e il tentativo d’imprimersi bene in mente tutti i dettagli di una serata che era ben deciso a “recensire”. «Nella parola clandestino c’è il destino, pensò il geometra Stupazzoni. Così prese in casa con sé Bilal, che da allora fu Bilal Stupazzoni. Ma il superiore del geometra diceva sempre: “E’ un furbastro, quel negretto, un futuro criminale! Lo cacci veh, che sennò lo denuncio!”. Però il mite Stupazzoni rispondeva: “preferirei di no”. E intanto insegnava a Bilal le parole italiane: parole come vano, servizio igienico, fondamenta, millimetro».

Franco sudava, ingollava birra e sudava; Mara guardava un po’ Bordiga e un po’ Lojacono, prima perplessa e poi però attentissima. Il fenomeno era straordinario, non c’è dubbio: pareva che quell’ostinato, inerte monolito redazionale avesse deciso di specchiare nel proprio racconto tutte le parole stilizzate e le citazioni preferite di Bordiga, deformandole nel suo naturale burocratese e componendole in un collage in cui, irrigidite sull’attenti, perdevano ogni velatura ironica e adattavano la poetica dello stralunamento padano a una edificante storia di educazione civica sulla provincia multietnica.

Come si può immaginare, dopo quell’incoronazione in pubblico le riunioni della rivista diradarono. Lojacono continuava a campeggiare al suo solito posto, ed era impossibile dire se s’accorgesse del fatto che il dialogo languiva – che tanto la ruga pensosa sulla sua fronte quanto il ghigno di Astolfo spingevano Franco ad abbreviare il più possibile gli incontri in via del Riccio. Comunque, ghigno a parte, il maestro osservava questa atmosfera raggelata con l’aria del demiurgo o dello scienziato che verifica i risultati di un esperimento di laboratorio. E sembrava che l’esperimento dovesse rispondere alla domanda seguente: “cosa mai succederà se, dopo aver sobriamente e cordialmente taciuto davanti agli intricati saggi di Strofinacci sulla forza messianica, ai poemetti recensori dell’Ebreo e ai reportage di Franco sulla schizofrenia nel nordest, elevo pubblicamente allo status di capolavoro un’involontaria parodia di me medesimo?”. Del resto, tutto questo lo posso esprimere così soltanto adesso: allora era difficile, per noi, non avere proprio nessun dubbio. “E se non capissimo un beato cazzo?”, dicevano a volte gli sguardi che ci lanciavamo, e soprattutto gli sguardi che si triangolavano i miei tre accorati e zelantissimi amici. E se quel racconto avesse celato davvero una qualità sottile, sotto la stessa misteriosa perfezione “in levare” con cui, parlando alle riunioni, Lojacono riusciva ad ancorare a terra e a render piattamente plausibili le sgangherate utopie di Franco e dell’Ebreo? Che si nascondesse davvero, tra le righe della sua prosa, un abisso diverso da quello dell’imbecillità?

L’aspetto più grave di questo dubbio ricadeva sugli scritti degli altri redattori. Bruciarli per sempre? Insistere sulla stessa strada, rompendo con Bordiga? O inseguire il monolito sul suo stesso terreno? In qualche modo, l’apologia astolfiana del disarmante e creepy Lojacono aveva scatenato in vitro, cioè nelle stanze febbrili di via del Riccio, un sistema di autocorruzione intellettuale ben più sottile di quello già presupposto dai rapporti intrattenuti precedentemente col maestro e con la categoria della spendibilità sociale della letteratura. Comunque, proprio perché si era ancora tutti troppo stupiti dalla piega che prendevano gli eventi, ognuna delle suddette strade fu seguita solo a mezzo, senza ribellioni vere né proficue rese servili. Nel frattempo, però, vedevo spesso spuntare dalle tasche di Strofinacci una guida di Berlino, e da quelle di Franco un volumone su Boston e i Pilgrim Fathers. Segno evidente che pensavano già di emigrare; almeno quando non s’aggrappavano alla speranza che fosse tutto uno scherzo – l’elogio pubblico di Bordiga, il segreto lavorio narrativo di Lojacono, la pupilla incuriosita con cui molti ora lo fissavano alle feste o in facoltà…

Credo che furono le vacanze a ingigantire questa pia speranza. Infatti a inizio settembre, quando ci ritrovammo tutti al Piccolo Caffè di piazza Verdi (Astolfo e il monolito incorniciavano il gruppo ai lati opposti, come un telamone obeso e una smunta cariatide) i miei tre amici mostrarono piena fiducia in un ritorno doroteo allo status quo. Disgraziatamente, proprio in quell’occasione Bordiga ci avvisò che Mara era a Bologna per lavoro e che sarebbe passata di lì. La vedemmo arrivare da largo Respighi, col caschetto immobile anche nel vento del primo autunno, e sedersi senza degnare Franco di un’occhiata. Il suo sguardo faceva la spola tra Astolfo e Lojacono, tra Lojacono e Astolfo. «Beh,» scandì dopo qualche chiacchiera molto tesa e fiacca, «ho una notizia per tutti. Non lo sa neanche il nostro Bordiga» (e così dicendo lo fissò in un modo che mi parve al tempo stesso canino e malizioso). «Dopo aver letto e riletto il tuo romanzo breve, mio caro Bernardo» (adesso era rivolta a B. Lojacono, fasciato da una camiciona di flanella e impacciato da un monumentale ombrello scozzese che tentava invano di trattenere tra le scarpe di cuoio lucidissimo) «e dopo averlo fatto passare a tutti i lettori della casa editrice, abbiamo deciso all’unanimità di pubblicarlo. Molti complimenti sai, sul serio».

Per un lungo momento nessuno fiatò. Strofinacci muoveva le mani con la velocità di un prestigiatore, ma senza riuscire ad afferrar le sigarette. L’Ebreo, più limpido, lasciava deflagrare tutto il suo stupore, mentre il sorriso ecumenico di Franco si riduceva rapidamente a una paresi. Poi di colpo Lojacono si levò come sull’attenti e rovesciò sul tavolo l’ombrello, il cui manico giunse quasi ad arpionare un braccio del lontano Bordiga. Chiuse la mano magra e madreperlacea di Mara nel sandwich dei suoi palmi bianchi e rigonfi, e con un tono di voce che mi sembrò per un istante quello degli annunciatori dell’Eiar disse che si trattava davvero di una notizia «miracolosa, semplicemente miracolosa». Si girò a guardarci a uno a uno, e ripeté più volte che doveva ringraziare tutti, in particolare il professore, perché il suo lavoro era «modesto e tuttavia svolto con costante impegno, anche grazie all’apprendistato dentro la rivista». Ma fu quando posò il suo sguardo globoso su Astolfo, convogliando così le nostre pupille verso il suo primo e illustre sostenitore, che avemmo la seconda e forse maggior sorpresa del giorno – anzi diciamo pure la vera rivelazione. Perché allora il sottotesto che i miei laboriosi sodali, simili ad aruspici angosciati, avevano a lungo sperato di leggere sulla faccia del maestro, emerse all’improvviso nell’espressione di panico che quasi gli sfigurò le mandibole e il becco da uccello. Fu una frazione di secondo: poi subito la vernice sorniona la spazzò via. Ma tutti lo avevamo visto. E se è mai possibile fissare la data precisa in cui termina la giovinezza, o almeno l’adolescenza prolungata del XXI secolo, non c’è dubbio che quella dei miei tre amici finì quel pomeriggio di settembre sulle sedie traballanti del Piccolo Caffè. La faccia di Bordiga aveva parlato con un’espressività che smentiva non solo il suo atteggiamento precedente verso Lojacono, ma un intero magistero d’imperturbabilità gestuale, retorica e poetica. Dunque l’esperimento l’aveva tentato davvero, ma gli era sfuggito di mano: e ora quel rinoceronte avvolto nella flanella si trovava sbalzato sul serio nel mondo sociale dei suoi pari.

Anzi, come si vide di lì a poco, vi penetrò con un potere contrattuale molto superiore a quello del suo raffinato e appartato maestro.

Stupazzoni Bilal, romanzo di Bernardo Lojacono, uscì dopo Natale: e come capita con questi esordi giovanili, il grande editore aveva messo in moto una macchina pubblicitaria ben più imponente di quella che circondava i libri di nicchia del Bordiga. Tra fascette e gazzette, venne fuori un po’ di tutto: dal nome di Robbe-Grillet a quello di Delerm, da Gianni Celati ad Ascanio Celestini. Si parlava di poesia naturale, di sobrietà accorta, di un nuovo tipo di engagement tutto lirico. Astolfo riuscì a scrivere una recensione che era un capolavoro del doppio taglio, e che lasciava trasparire ovunque (ma in modo perfettamente subliminale) sia il suo ruolo di promotore sia la sua consapevolezza da Ecclesiaste domestico che nihil sub sole novi. Durante le presentazioni, sempre statico e curiale, Lojacono rispondeva a tutti con lieve sussiego; e come gli allenatori di calcio, ripeteva di continuo che «si tratta di un primo passo, l’importante è lavorare bene». Con noi, rimase lo stesso mistero di cordialità passiva che era sempre stato. Di Stupazzoni Bilal si parlò per una stagione intera; a Bologna di più, ma abbastanza anche lungo la penisola. Sembrava addirittura che puntassero già a disegnare intorno all’autore una immagine precisa: quella del personaggio non-personaggio, del goffo e talentuoso narratore che si mostra coraggiosamente nature, sfidando la fotogenia, davanti a un pubblico pronto a tornare ai più puri e rigorosi piaceri letterari. Nel frattempo Labo, come segretario cittadino del partito, propose la candidatura di Lojacono alle prossime elezioni comunali, nel ruolo di consigliere: e Lojacono accettò. Presto la sua oratoria, oscillando tra tautologie scandite in tono imperativo e cerimoniosi appelli all’impegno, mieté meritatissimi successi nelle assemblee bolognesi del centrosinistra.

In questa situazione, lo confesso, io ero l’unico che se la rideva. Anche perché nella mia depressa pigrizia non avevo prodotto saggi né racconti, e avevo accettato il discepolato bordighista soprattutto per inerzia. Insomma, non avevo proprio niente da perdere. E tuttavia, c’era un lato della questione che quando ci pensavo a fondo riusciva ad agitare anche me. Il grande capolavoro di Lojacono, o forse del destino, era stato infatti quello di chiudere la bocca a tutti. Ciò che prima di questi eventi inattesi non era stato mai detto su di lui (forse per la strana inquietudine che ispirava la sua muta presenza, e forse, quando s’attenuava il disagio, perché sembrava di sparare sulla croce rossa) adesso non si poteva più dire. Eravamo fuori tempo massimo. Lojacono aveva tolto a ognuno di noi, e prima di tutto al suo demiurgo, le parole della verità di bocca: al punto in cui erano le cose, ogni critica sarebbe suonata interessata o moralistica. E questo capolavoro era stato reso possibile dal fatto, ovvio e inaudito, che lui sembrava aver sempre “preso in parola” tutto e tutti: il suo volontarismo imperscrutabile s’era rivelato infine inattaccabile, liscio e perfetto come l’uovo di Colombo. Bordiga non avrebbe potuto opporre nulla a quella involontaria parodia del narratore padano che Lojacono non poteva non apparire a qualunque occhio un po’ esercitato e libero – perché per farlo avrebbe dovuto abbandonare per sempre la maschera che s’era forgiata e calibrata addosso lungo i decenni, e che gli era caduta dalla faccia solo un attimo al Piccolo Caffè. E d’altra parte, i suoi giovani sodali non potevano opporre all’ottuso mistero lojaconiano se non testi di cui, per riflesso dell’accaduto, misuravano ora con più distacco i pregi e i difetti: se la loro giovinezza era finita, dipendeva anche dal fatto che cominciavano a vedere in se stessi dei mediocri letterati, passati attraverso una buona infarinatura teorica e non proprio insensibili, ma tuttavia storpi alla nascita – laddove il monolito, confermando che il livello più basso e il più alto si somigliano esteriormente come due gocce d’acqua, non presentava alcuna smagliatura nella sua compatta, eburnea, oracolare stolidità.

Come ho detto, questo inquietava anche me, perché sentivo oscuramente che era in ballo qualcosa di più grosso di Lojacono – qualcosa che riguardava noi, il nostro futuro immediato e lontano, la possibilità di capirsi e di dire una verità non metafisica ma molto simile al senso comune. In fondo Astolfo era stato davvero un maestro: ci aveva messo di fronte, in via sperimentale e in forma tutto sommato ancora abbastanza ridotta, alle inattese conseguenze che può produrre una retorica, o anche un uso obliquo e strumentale di quella letteratura che avevamo finora maneggiato come se fosse il lasciapassare per una festa, e che ora scoprivamo invece somigliante a uno strano ordigno capace di produrre deflagrazioni magari non serie, ma certo più gravi di quanto pensassimo. Comunque, tutto questo non riuscivamo a pensarlo: lo sentivamo solo nella pelle. E faceva una cosa unica non dirò con l’invidia – che credo abbia bisogno, per essere pura, di una stima non ammessa e però almeno in parte vera per quel che ci fa rodere – ma con una gelosia per noi ancora inedita.

Adesso Bordiga saliva molto di rado le scale di via del Riccio; ma quando lo faceva era assai più loquace, e brillante d’una brillantezza ottenuta a forza – direi quasi lojaconianamente. Poi però, all’improvviso, s’afflosciava come un burattino da cui sia sgusciata via la mano del burattinaio, e optava per un lungo stand-by del sorriso sornione – troppo lungo per poter essere credibile. Una sera, credo fosse di maggio, entrò corrucciato e perfino un po’ ubriaco. Non ci arringò; ci chiese di parlargli un po’ di noi, di quel che ci ronzava in testa. Come capitava sempre più spesso, la sedia del monolito era vuota: e non per le ragioni che avremmo approvato e condiviso – Lojacono, l’ho detto, sembrava del tutto impermeabile al disagio – bensì per i suoi innumerevoli impegni politico-letterari.

Proprio quella sera, invece, io ero provvisoriamente uscito da sotto il piumone, e ascoltavo con divertita malinconia gli stanchi progetti abbozzati dai miei amici: li vedevo levarsi come nuvolette di fumo tra le pareti di cucina, restare pochi minuti sospesi intorno al lampadario, e quindi sciogliersi nell’aria, ormai privi della vernice fissante di Lojacono. Ogni tanto qualcuno lasciava partire una frecciatina paludata, e solo in apparenza bonaria, contro l’ormai celebre assente; e allora Astolfo, in un gioco delle parti oramai apertamente teatrale, fingendo di difenderlo istigava con cura i pensieri astiosi che galleggiavano nella mente di tutti. Dopo mezz’ora, però, nessuno aveva più la forza né la voglia di continuare. Così, nel silenzio viziato, cominciarono a condensarsi le nuvole d’ira e i fantasmi di frustrazione che ci avevano mutamente avvolto durante gli ultimi mesi. Adesso, per la prima volta, rischiavano davvero di scoppiare: con una serietà esistenzialistica a cui non eravamo stati preparati da nessun maestro e che quindi avrebbe imbarazzato tutti, a partire da Bordiga.

Fu allora che il tentativo di stornare il pericolo mi suscitò un’idea maligna. In tanti anni che lo conoscevamo, Lojacono non aveva speso una sola parola sulla propria famiglia, né ci aveva mai invitati a casa sua. Solo Franco sapeva il suo indirizzo e il suo stato civile: abitava dalle parti di via Mondo, in un casone umbertino, con la madre. Ma neanche il mio coinquilino aveva idea di come fossero il posto o la signora. E quando proposi di fare un sopralluogo (ricordo che lo chiamai proprio così, sì: «un sopralluogo»), dopo un minuto di diabolico silenzio fui investito da un’approvazione unanime.

Pochi minuti più tardi ci stringevamo nella mia Fiesta semiaccecata. Lì per la prima volta, e pur senza incarnarlo veramente, Astolfo alluse a un comportamento da compagnone rilassato e perfino sguaiato. Avevamo preso giù qualche birra, e senza che ce ne rendessimo del tutto conto, mano a mano che ci avvicinavamo a quel rione di carrozzieri e piccoli grossisti, d’insegne sbilenche e bottegucce pakistane, si solidificava in noi come una nebbia l’habitus linguistico e gestuale della spedizione punitiva. Quando scendemmo, osservando con le teste coreograficamente rovesciate all’indietro il palazzo giallorosso in cui risiedeva il monolito, pensai che sembravamo quasi la banda di Labo. Franco pigiò il campanello (su cui si leggeva soltanto “LOJACONO B.”, scritto in un garamond da libro stampato), e dopo un’attesa troppo lunga la porta scattò. Che fosse già tornato dai suoi convegni? O c’era soltanto la madre? In ogni caso, noi avevamo sete di risposte antropologiche, e già aver sott’occhio l’ambiente e la genitrice ci bastava. Passammo quasi correndo davanti alla portineria; e credo che notammo tutti, quasi come un’eccessiva ironia letteraria, la vecchia copia Sonzogno di Delitto e castigo che la donnetta dietro il vetro teneva aperta davanti a sé, e che ripiegò per lanciarci una lunga occhiata stupefatta. Franco marciava in testa; dietro di lui l’Ebreo, con asmatico affanno; poi Strofinacci, fumando come un turco; quindi io, e alle mie spalle Bordiga: che tra le rampe svoltava roteando come un derviscio immemore. L’appartamento era al piano quinto, senza ascensore. Franco spinse l’uscio socchiuso, domandando se c’era qualcuno con un accento più caricato del solito, quasi da messa in scena goldoniana. Nessuna risposta. Allora entrammo, in cupa processione, e sboccammo in un salotto scialbo e sconnesso, pieno di ninnoli di cattivo gusto e di recensioni o diplomi incorniciati col nome di Lojacono. Lo tappezzava una carta giallastra, che dava subito la nausea. Al centro, su un divano, un minuscolo essere vestito in tulle bianco, coi capelli rasati a zero e le mani sulle ginocchia, ci avvolgeva in uno sguardo ipnotico e troppo luminoso.

«Venite, venite, accomodatevi» disse con la stessa voce metallica che nel corpulento Lojacono pareva innaturale e in lei semplicemente robotica. «Voi siete degli amici di mio figlio, non è vero? E’ ancora fuori, ma ritorna presto».

Adesso la foga ci era passata. Perché eravamo lì? Barcollavamo goffi, imbarazzati, con le braccia scimmiescamente inerti lungo i fianchi.

«Sì signora, siamo della rivista, io mi chiamo Franco. In realtà volevamo solo salutare» riuscì a biascicare alla fine, sempre in veneto schietto, il mio estroverso coinquilino.

«Oh, sì, salutare» fece eco lei, come sottolineando o ruminando il verbo.

Poi quel suo viso bianco, clownesco, quasi senza rughe, si voltò lentamente verso Bordiga, che sgusciava tra i soprammobili fingendo di esaminarli.

«Lei deve essere il professore di cui mi ha parlato tanto mio figlio! Dice sempre che è così… Bravo, ecco» completò dopo un attimo di esitazione la frase, come chi trova la parola perfetta. «Così rigoroso, anche».

Bordiga s’inchinò: ma lì la sua ironia suonava impacciata, oltre che inutile. Era chiaro che nella testa di quella donna qualcosa non andava. Eppure… perché ci sentivamo tutti davanti a un déjà vu?

«… e voi i suoi compagni!» riprese lei senza alzarsi. «Deve essere così… così fondamentale lavorare a una rivista. Sì, fondamentale. Lavorare con impegno, intendo».

«Sì, con impegno» ansimò l’Ebreo stordito. E tutti, accanto a lui, rabbrividimmo.

«Mio figlio mi ha mostrato il suo libro. Deve molto all’apprendistato nella vostra rivista, lo sapete. E’ un libro… onesto, sì, almeno mi sembra. Dev’essersi ispirato a un collega di mio marito. Si chiamava proprio così, sapete: Stupazzoni. Io lo salutavo e gli dicevo: ragioniere, lei in comune svolge un lavoro di grande responsabilità. E lui affermava che sì, anche senza parere in un comune si può aiutare molto la gente, perfino facendo il ragioniere. E per esempio le persone più indigenti».

Nessuno si muoveva, nessuno fiatava. Era come se Lojacono in persona, hitchcockianamente travestito da donna, c’ipnotizzasse tutti da quel bianchissimo divano. A un tratto, sentimmo un tonfo nel corridoio. Comparve la portinaia, col libro in una tasca del sottanone. «E’ esaurita» sussurrò a Franco e a Bordiga chiamandoli a sé, «se volete parlare parlate col figlio, non con lei. E’ esaurita da anni. Da quando suo marito, che era geometra dell’ufficio tecnico giù a Teramo, si suicidò senza lasciare scritto niente…». E poi, a voce più alta, con una condiscendenza un po’ maldestra: «Come sta oggi, signora Lojacono?».

«Oggi, cara? Oggi credo che si possa stare bene. Sì, davvero bene. Hai visto che ci sono gli amici di mio figlio?» (lo disse sempre tenendo le mani sulle ginocchia, senza indicarci nemmeno con un gesto del viso). «E là» aggiunse, «là alla finestra c’è il suo professore».

Ci voltammo tutti. Bordiga, tra le imposte spalancate, adesso guardava giù. E avvicinandoci, vedemmo che dalla strada rispondevano al suo sguardo B. Lojacono e la banda di Andrea Labori, appena scesi da un furgoncino elettorale. Tenevano tutti dei poster sottobraccio, e quando fummo di fronte, sebbene ad altezze così diverse, sembrò il preludio di uno scontro tra clan. Per la prima volta sul viso di Lojacono c’era qualcosa di molto simile a un ghigno, e su quello di Astolfo un che di cocciuto e ottuso: come se si fossero scambiate le parti.

«… e lì c’è il suo professore» continuava intanto a ripetere la madre, sotto lo sguardo compassionevole della portinaia «che per mio figlio, per scrivere il suo libro, lei lo sa? Intendo per lo stile, per… per il rigore, ecco, è stato un aiuto imprescindibile».

Tutti guardammo di nuovo Astolfo, le sue spalle d’uccello sempre più curve sul davanzale come se gli occhi di Lojacono lo stessero risucchiando e volesse volare giù in picchiata.

«Sì,» ripeteva intanto la donna, seduta immobile e fieramente eretta sul divano. «Un aiuto effettivamente imprescindibile».

***

Racconto apparso sul Foglio di sabato 6 agosto 2011 con il titolo La sera andavamo all’osteria di via del Pratello.

Written by unpopperuno

agosto 24, 2011 at 4:17 pm

Pubblicato su Il Foglio

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  1. […] a far visita. Ricorderete senz’altro il trattatello Come parlano i politici e il racconto La rapida ascesa di B. Lojacono. Da oggi la presenza di Matteo Marchesini (almeno negli auspici) diventerà costante, purché lui […]


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