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Il blog di Guido Vitiello

Shoah, Olocausto, Auschwitz. Sui nomi dello sterminio

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Chissà cosa sarà passato per la testa, ai funzionari del ministero dell’Istruzione francese, mentre decidevano di accantonare la parola Shoah nei manuali scolastici in favore del lindo e burocratico anéantissement, che sa appunto di circolare ministeriale, e che sarebbe piaciuto ad Eichmann. Forse avranno pensato che una denominazione comune, tale da includere ebrei e zingari, richiedesse un comun denominatore, e che annientamento potesse tenere assieme Shoah e Porraimos, “divoramento”, la parola con cui sinti e rom designano la catastrofe. Ineccepibile, dal punto di vista matematico; imperdonabile, se pensiamo a quanto delicata sia da sempre la questione del nome. Nominare è ben più che etichettare, è fornire un embrione d’interpretazione: non per caso James E. Young scelse come epigrafe al suo saggio sui nomi dello sterminio la frase di Vico secondo cui ogni metafora è una “picciola favoletta”, un mito condensato.

Chi dice Shoah ha in mente una storia diversa da chi dice Olocausto: Shoah indica devastazione, distruzione, e anche se compare nella Bibbia non ha forti connotazioni teologiche. Olocausto allude allo sterminio come morte sacrificale, mistero sacro, “capitolo glorioso della nostra storia eterna” come lo definì Elie Wiesel – grande araldo del termine Olocausto, che poi si pentì di averlo diffuso, specie dopo che servì a battezzare un film che, a suo dire, aveva degradato un evento metafisico a soap opera. E già, perché la questione del nome passa per due favolette tutt’altro che “picciole”, due film monumentali per durata e ambizione che hanno, per così dire, espanso i miti compressi in poche sillabe. È grazie a Shoah di Lanzmann se l’Europa ha adottato la parola diffusa da tempo in Israele. Ed è stato lo sceneggiato Holocaust, nel 1978, a consacrare il nome tuttora prevalente in America – e a far infuriare Wiesel.

Basta un’occhiata al finale dei due film per intuire l’abisso che li separa. L’ultima inquadratura di Holocaust è il sorriso del giovane Rudi Weiss, unico superstite della famiglia di ebrei tedeschi protagonista della serie, che si avvia a guidare in Palestina un gruppo di orfanelli. Shoah termina, senz’ombra di catarsi, sulle riprese di un treno in corsa: non sappiamo da dove sia partito, dove sia diretto, se appartenga al passato, al futuro o a un tempo apocalittico in cui ieri e domani sono una cosa sola. Holocaust faceva del genocidio un melodramma hollywoodiano, dove si piange molto ma in ultimo si è riscattati, e la fondazione del nuovo Stato forniva l’impossibile, quasi derisorio happy end; nelle nove ore di Shoah si piange ben poco, e si resta con l’impressione di un male che non ha senso né riparazione.

Per qualche anno, i due film parvero fronteggiarsi sdegnosamente, come la via europea e la via americana alla memoria. Poi è arrivato Spielberg. Difficile dire se Schindler’s List – che attinge tanto a Shoah quanto a Holocaust – sia un film americano girato in Europa o un film europeo prodotto a Hollywood. Sta di fatto che nel presentare la Shoah Foundation, nata come “costola” del film, Spielberg esordiva stabilendo l’equivalenza perfetta tra i due termini: “Shoah è la parola ebraica per Olocausto”. Ingenua scappatoia di un grande semplificatore? Può darsi: ma le parole sono più intrecciate di quanto si crede. Lo storico Peter Novick faceva notare che Olocausto è la parola con cui in Israele si scelse di tradurre Shoah già nel preambolo alla Dichiarazione d’indipendenza del 1948, e che dagli anni Cinquanta le pubblicazioni di Yad Vashem in inglese rendevano regolarmente Shoah con Olocausto. Aggiungeva che Shoah non è termine poi così profano, e che nella Bibbia è usato anche per indicare una punizione divina – connotazione che, connessa allo sterminio, non è meno infelice di quella di Olocausto.

Può non piacere il piglio polemico di Novick, ma la sua riflessione spinge a chiedersi se anche Shoah non sia un termine metaforicamente sovraccarico, un mito in miniatura. E anche se ci sono ottime ragioni per difenderne l’uso – Mordechai Lewy, ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, le ha ricordate sul Corriere: il rispetto per l’unicità dell’evento e per la lingua delle vittime – tra queste ragioni è difficile annoverare quella che Lanzmann invoca tutte le volte che spiega perché scelse di chiamare il suo film Shoah, e cioè che sia un non nome per un evento incomprensibile.

Tra i molti nomi dello sterminio, forse l’unico immune dal gioco delle metafore è quello che dominava negli anni Sessanta: Auschwitz. Che per cominciare è una metonimia, più che una metafora. Indica, non spiega. È un toponimo che non vuol dir nulla, e proprio per questo dice tutto; non rimanda ad altro che a sé stesso, e dunque alla sua assurdità, come l’Odradek di Kafka. Di certo ha il difetto di mettere in ombra la specificità ebraica; ma quando vogliamo far risuonare in una parola l’assoluto non senso, sono quelle nove ottuse lettere che dobbiamo scandire. Perché, dice Alvin Rosenfeld, “non ci sono metafore per Auschwitz, proprio come Auschwitz non è metafora di nient’altro”.

Articolo uscito sul Foglio il 3 settembre 2011 con il titolo Shoah e Olocausto indicano due storie diverse, meglio dire Auschwitz e basta.

***

Il sito Informazione Corretta, che monitora quotidianamente l’informazione italiana su Israele e più in generale sul mondo ebraico, non ha apprezzato molto il mio articolo. Questo è il loro commento, e a seguire due righe di risposta.

Riprendiamo anche dal FOGLIO il dotto intervento di Guido Vitiello, che però è dotto e basta, e, per certe parti, anche ambiguo. Non ci fu mai una contrapposizione tra il televisivo “Olocausto”, un onesto prodotto hollywoodiano, pensato per un pubblico vastissimo quale è quello della televisione, e “Shoah” di Claude Lanzmann, un prodotto sotto forma di film che sarebbe più giusto definire materiale di studio, di altissimo livello ma di sicuro non per le masse, anche vista la durata di 9 ore.
Non si capisce poi la citazione dello storico cattolico (aggettivo rimasto nel tasto del PC di Vitiello) che non ha capito quanto la parola Olocausto, nella sua versione americana Holocaust, ha avuto una diffusione mondiale unicamente grazie al fatto che l’inglese è la lingua internazionale per eccellenza. Chi ne conosce l’origine, per altro riportata correttamente nel pezzo di Vitiello, si è sempre guardato bene dal pronunciarla.
Ribadiamo, sulla parola Shoah non possono esserci discussioni, quella è la parola.

***

1) La prima obiezione, che cioè non vi sia mai stata contrapposizione tra i due film Holocaust e Shoah, è semplicemente falsa, e ci sono alcune dozzine di libri (non è un’iperbole: potrei citarli tutti) che stanno a smentirla. Intorno alla triade Holocaust/Shoah/Schindler’s List si è giocata una parte consistente della riflessione sulla memoria pubblica dello sterminio. È stato lo stesso Lanzmann a contrapporre il suo film a Holocaust prima e a Schindler’s List poi, peraltro riciclando per il secondo la stessa recensione che usò per il primo, con un ingeneroso copia-e-incolla (ingeneroso perché segno di disattenzione). E la decisione di Spielberg di girare Schindler’s List è maturata, a quanto lui stesso ha raccontato, durante una proiezione di Shoah, quando constatò che il film di Lanzmann annoiava il grande pubblico. Infine, definire Shoah “materiale di studio”, oltre a essere gravemente inesatto e riduttivo, provocherebbe le furie di Lanzmann.

2) La seconda obiezione, più maliziosa, secondo cui avrei omesso deliberatamente di citare che Novick è cattolico, è ancora più semplice da confutare: non avevo idea che Novick fosse cattolico, e non ne avevo idea perché i tanti libri che citano il suo classico The Holocaust in American Life non menzionano mai questo aspetto che, oltre tutto, sa molto di specioso argomento ad hominem. Peraltro, Novick non è in nessun modo uno di quei cattolici che vogliono “cristianizzare” Auschwitz facendone un simbolo di sofferenza universale, e anzi lamenta che attorno all’Olocausto sia nata una sorta di religione secolare che si ispira a esempi cattolici (pellegrinaggi, culto delle reliquie ecc.).

3) Non è vero che Novick non ha capito che la parola Olocausto “ha avuto una diffusione mondiale unicamente grazie al fatto che l’inglese è la lingua internazionale per eccellenza”. Se così fosse, sarebbe un imbecille. Al contrario, sostiene che la scelta di tradurre Shoah con Holocaust nacque in Israele, perché la si credette la traduzione più corretta, e non fu frutto di una sorta di “espropriazione simbolica”.

4) Gli aggettivi sono importanti. Quando, parlando di Shoah, si definisce un intervento “ambiguo”, bisogna avere l’elementare correttezza di spiegare il perché, considerata la gravità del tema. Che cosa sottintendono, che io sia un antisemita camuffato? Che voglia portar acqua a qualche mulino cattolico? Entrambe le ipotesi sarebbero così ridicolmente infondate che non voglio neppure prenderle in considerazione. E allora, cosa c’è di ambiguo nel dire che sì, ci sono buone ragioni per usare la parola Shoah, ma che Auschwitz rende con più efficacia, e senza teologie implicite, l’insensatezza dello sterminio? Perché questo, in fondo, sostengo, e null’altro. E quanto alla chiusa perentoria – sulla parola Shoah non possono esserci discussioni, quella è la parola – invito il redattore di Informazione Corretta a leggere il bel libro di Anna-Vera Sullam Calimani, I nomi dello sterminio (Einaudi). Apprenderà che ci sono più nomi in cielo e in terra di quanti ne immagini la sua filosofia.

Grazie per il “dotto”, però :-)

Written by unpopperuno

settembre 3, 2011 at 5:13 pm

3 Risposte

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  1. Forse i funzionari francesi hanno pensato che lo sterminio è stato un crimine contro l’umanità e che restare nel recinto culturale della vittima implica in qualche modo il restare nella logica del carnefice. Che logica peraltro non era, data la follia paranoide che si è scatenata contro gli ebrei e le altre minoranze.. la stessa insensatezza che portò Pol Pot all’eliminazione di tutti coloro che portavano gli occhiali, o gli Hutu contro i Tutsi.. Hai fatto bene a usare la parola “insensato”. Non è sufficiente l’appartenenza a una qualsiasi minoranza o gruppo politico o etnia per giustificare la riduzione a oggetto di un altro individuo… Lo sforzo più grande per una vittima è proprio quello di uscire dalla prigione mentale del suo carnefice.. Credo che i francesi abbiano voluto dire questo uscendo dalla parola Shoah..

    Emanuela

    settembre 4, 2011 at 10:40 am

  2. Informazione corretta grappa

    Giovanni

    settembre 7, 2011 at 12:37 am

  3. Caro Guido Vitiello, vorrei farle un complimento.
    Premetto questo: io credo che i nomi o si usano o non si usano. Non li decide nessuno, tantomeno una discussione di questo tipo. Che un nome si imponga per una qualsiasi ragione non è cosa che ci sia data giudicare giusta o sbagliata, migliore o peggiore; è già un miracolo se riusciamo a capirè perchè si sia imposto un nome piuttosto che un altro.
    Di conseguenza, ritengo la discussione qui sopra decisamente poco interessante e normalmente mi sarei fermato alla seconda riga.
    Eppure lei scrive così bene che me la sono letta tutta, e non è stato niente male.

    Un saluto,

    Leonardo

    Leonardo

    settembre 11, 2011 at 11:31 pm


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