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Il blog di Guido Vitiello

Lost. Analisi di un fenomeno (non solo) televisivo

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Arriva in libreria Lost. Analisi di un fenomeno (non solo) televisivo, a cura di Romana Andò, Bonanno editore (232 pagine, 20 euro), il primo serio tentativo di fare i conti con quella che per molti di noi è stata a lungo un’ossessione prossima alla tossicomania. Per parte mia, ho capito di esserne uscito quando frasi come “secondo me il mostro di fumo nero è in realtà il finto John Locke”, pronunciate per mesi con la massima serietà a conversazione con altri tossicomani, mi sono sembrate, di colpo, completamente demenziali. Lo erano.

Ora, di grazia, ne sono fuori (salvo ricadute), John Locke è tornato a essere John Locke, ma non potrò mai più leggere il Saggio sull’intelletto umano senza immaginarmi, sotto la lunga secentesca parrucca del filosofo, la testa pelata di Terry O’Quinn. Temo che sia lo stesso per gli altri autori del libro – Boccia Artieri, Buonanno, Ciofalo, Gianturco, Leonzi, A. Marinelli, G. Marinelli, Valeriani, Vellar – tra i quali ci sono alcuni Lost-dipendenti riabilitati (non dirò quali per le ovvie ragioni di riservatezza che impongono le informazioni cliniche).

La quarta di copertina annuncia che il volume “punta ad aprire tanti spazi di discussione sulla serie quante sono le prospettive di osservazione con cui è possibile avvicinare Lost: dallo sguardo dei produttori, dei broadcaster, delle media companies, a quello della ricerca sulle audience e sui social media, dal punto di vista dei fan a quello degli studiosi delle potenzialità testuali e narrative della fiction”. Il mio breve saggio fa parte di quest’ultima famiglia, e s’intitola Una genealogia di Lost. Appunti sparsi sull’epica moderna, il feuilleton, l’opera d’arte totale e il sacro da baraccone (pp. 35-46). Ne riporto l’incipit, sperando di invogliarvi a proseguire la lettura, senza il nulla osta della gentile curatrice ma senza neppure le sue esplicite minacce d’impiccagione.

***

Genealogia è parola da maneggiare con prudenza, specie dopo i fuochi d’artificio teorici della Nietzsche-Renaissance parigina e di Michel Foucault. Prendiamola dunque nell’accezione più blanda e dimessa: quella del romanzo familiare, l’album di fotografie che ripercorre la catena delle generazioni dal dagherrotipo ingiallito del trisnonno in redingote alla Polaroid del pronipote scamiciato. Ebbene, quali sono gli antenati di Lost? Quali le stirpi, nobili o meno nobili, che si sono congiunte per dar vita allo strano rampollo? La questione è tutt’altro che semplice. Come certi mostri mitologici dell’antichità, Lost è il frutto dell’accoppiamento tra creature di specie assai diversa, e porta ben visibili nella sua fisionomia i segni di questi incestuosi natali. Chi si provi a ricostruirne l’albero genealogico va incontro al destino di Piet Mondrian, che cominciò appunto dipingendo alberi e se li vide via via sfilacciare sotto gli occhi, finché l’intrico dei rami non gli si scompose in un astratto reticolo di linee e di croci.

(continua, sì, ma in libreria…)

Written by unpopperuno

settembre 23, 2011 a 8:15 pm

Una Risposta

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  1. Letto avidamente e apprezzato, soprattutto il Suo intervento, anche perché sono piuttosto sensibile al tema “mitografico” (cfr. http://lavagnadifaraday.blogspot.com/2010/11/mito-e-realta_02.html), ma il nesso tra Lost è Wagner è un vero gioiello: grazie!
    Una domanda: a quale Steven Jones si riferisce la prof.ssa Buonanno, alla fine della sua postfazione? Mi interessano le interpretazioni videoludiche di Lost, ma non trovo citazioni, nemmeno a conclusione degli altri saggi del volume.
    Grazie ancora, buone feste!
    F.

    faramir73

    dicembre 26, 2011 at 9:38 pm


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