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Il blog di Guido Vitiello

L’Affaire Vietti: messaggi in codice dalla prigione del Csm

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Ci sono riflessi pavloviani che bisogna tenersi cari. Quando Paolo Flores d’Arcais definì l’elezione di Michele Vietti al Csm un inciucio che “supera in gravità perfino le nefandezze della bicamerale”, invitando al Pd a cambiar nome in PdV o Partito della Vergogna, era la prova che il neoeletto qualcosa di buono doveva pur averlo, in fondo al cuore. Magari qualche genuino sentimento garantista imbozzolato nelle vesti del mediatore arci-democristiano e destinato a starsene ancor più acquattato in quelle del vicepresidente. Fantasie? Certo è che letto in questa chiave La fatica dei giusti è quasi accattivante. Tutto sta a usare il metodo che Sciascia adottò nell’Affaire Moro, far caso agli incisi, alle allusioni, alle impalpabili scelte di stile. D’accordo, Vietti non è in una prigione del popolo, ma quando sei vicepresidente del Csm e le tue pagine sono strette tra una prefazione del Primo presidente della Cassazione e una postfazione del Procuratore generale nonché elogiate in quarta di copertina dal presidente dell’Anm, non è che puoi proprio parlare a ruota libera. E infatti, manco a dirlo, nel libro risuonano tutti i mantra dei bonzi della corporazione. Ma tra le righe di un repertorio ormai venuto a noia il metodo Sciascia dà i suoi frutti: a volte basta una litote cortese o un avverbio lasciato cadere al posto giusto per convincerci che Vietti non può dirlo ma la pensa pressapoco come noi.

Uno dei crucci ricorrenti del libro è la legittimazione democratica dei magistrati, che in assenza d’investitura elettorale deve passare per severi controlli di professionalità. Se il sistema di avanzamento delle carriere è stato tanto criticato ciò è dipeso “dalla convinzione, non del tutto priva di fondamento, che le valutazioni del magistrato preliminari a ogni passaggio fossero delle pure formalità” (tra due virgole e una doppia litote, la verità fa capolino). Seguono cauti elogi ai metodi più rigidi introdotti dalla riforma Mastella, e qui l’affaire Vietti conta il primo dei suoi omissis. Il libro è denso di dati, numeri e tabelle comparative, ma si cerca invano risposta alla curiosità più ovvia: se i controlli sono così rigorosi, quanti sono i magistrati bocciati? Ebbene, il professor Di Federico ha studiato i primi anni di applicazione della riforma: ci sono meno valutazioni negative di prima. Ma la legittimazione, scrive Vietti, deriva anche “dalla responsabilizzazione del magistrato, dalla esposizione al controllo dell’opinione pubblica, dall’attento rispetto delle regole del processo, dalla effettiva imparzialità e indipendenza, dalla rigorosa deontologia, dalla sobrietà del comportamento”. In assenza di tutto questo, c’è un problema di legittimazione. Ergo, Vietti sembra spingerci a dedurre, il problema c’è, grande quanto una casa.

Altro omissis rivelatore: il paragone con l’estero, chiamato spesso in ballo, scompare per incanto quando si parla di carriere unite, anzi il modello è presentato in modo così virtuoso che ci si chiede perché il resto del mondo ce ne lasci l’esclusiva. Un sistema così bello, va da sé, per funzionare “comporta che il Pm sia consapevole di questa funzione di garante della legalità sia nella fase delle indagini e nel rapporto con la polizia giudiziaria, sia nell’esercizio dell’azione penale”, insomma bisogna che ce l’abbia davvero, questa benedetta cultura della giurisdizione, altrimenti “può essere preda di logiche del tutto autoreferenziali o, al contrario, di contingenze politiche” (segnale di fumo del garantista intrappolato: raffrontate la teoria con un qualunque Woodcock, tirate le conclusioni).

Ma chissà che questa lettura in filigrana non sia solo un espediente romanzesco per illudersi che il libro sia altro da quel che sembra: un diplomatico saggio sulla giustizia da portare in giro per dibattiti e presentazioni ufficiali, beato tra le toghe.

Articolo uscito sul Foglio il 23 novembre 2011 con il titolo La fatica dei giusti”, il libro rivelatore di un garantista intrappolato

Written by unpopperuno

novembre 24, 2011 at 10:24 am

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