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Il blog di Guido Vitiello

I nuovi mostri della letteratura italiana. Di Matteo Marchesini

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Caro direttore,

Avevo in mente di spedire al Foglio un lungo saggio analitico sui nuovi “mostri” (nel senso di Dino Risi) che monopolizzano la narrativa e la poesia italiana contemporanea.

Poi ho pensato che fosse meglio far prima capolino partendo dalla fine, esordire con le conclusioni, e insomma introdurre l’argomento compendiando il discorso in pochi maneggevoli paragrafetti epigrammatici che condensano – posso assicurarlo – lunghi anni di masochistiche letture.

A questi, aggiungo un post scriptum sul “contesto”.

Narrativa

1. Côté “naturalismo di seconda mano” (ossia romanzo risorto dalle ceneri delle avanguardie come pura didascalia di telefilm).
È il sottogenere più diffuso, basato di solito o sulla promozione di un’Icona Autoriale, o semplicemente su un editing che ha come modello ideale un John Fante riscritto da Silvia Ballestra e da un diplomato alla scuola Holden. Qui, anziché di Flaubert che scrivano “Madame Bovary c’est moi”, siamo pieni di Madame Bovary che gridano “Flaubert c’est moi”.

2. Côté sedicente epico-engagé.
Siccome ormai senza populismo e senza sangue non si fa più niente, qui s’inizia di solito con un cadavere. Sembra un delitto qualunque: magari si tratta di un piccolo imprenditore ucciso durante una rapina domestica in un paesino emiliano. Ma siamo in Italia, che diavolo: e allora ecco che il detective, tra un “ehi, amico” e un “fottuto bastardo” (seguendo piste cui s’allude col nebuloso gergo degli iniziati, ma anche con una sintassi da “la tua prima grammatica d’inglese”) si ritrova a Genova nel luglio del 2001, si becca qualche manganellata, e finisce la notte a Bolzaneto. Qui, da un bizzarro compagno di sventura, scopre che l’imprenditore ucciso era un coltivatore anti Ogm amico di Bové, e che si trasferì di colpo nella provincia emiliana dopo l’81, “guardacaso” da Castiglion Fibocchi, dove prima amministrava una fabbrichetta vicina a quella in cui furono trovati certi famigerati elenchi. Siamo in Italia, che diamine: chi può credere alle coincidenze? Figuriamoci se il nostro segugio non fa due più due. E infatti al capitolo successivo siamo già a Milano 2, dove un trans che conserva archivi video forse incommensurabili e assai compromettenti indirizza l’eroe da Gigi er Tonnaro alla Magliana o da Yanez a Scampia. Questi, a loro volta, tra sparatorie e dialoghetti in slang, lo trascinano all’idroscalo di Ostia, a via Gradoli e a via Montenevoso, sulla Sila o in una cava trapanese dove qualcuno vide seppellire un giornalista dell’Ora, il quale poi – colpo di scena – si scopre esser stato antico compagno di scuola e un tempo confidente della vittima, che da giovane lavorò all’Eni e in seguito alla Monsanto. Ma alla fine, malgrado la statura dell’indomabile detective, i Grandi Vecchi notissimi e invisibili si rivelano troppo potenti: così, come da lunga tradizione, viene arrestato soltanto il maggiordomo. Di solito, la bandella di questo “romanzo tipo” recita inevitabilmente: “Una scrittura feroce e implacabile: un nuovo, spietato, imperdibile affresco che ci sprofonda nelle viscere cupe e violente di un paese senza redenzione”.

Poesia

1. Côté “Sibille e Operatori del Linguaggio”.
Qui la pagina si rifà ricattatoriamente candita o viceversa logorroica, a larghissimi sfinteri. Prevale il “naïf di secondo grado”: nelle raccolte in versi si vomitano bocconi maldigeriti di Derrida o di Agamben, di Zanzotto o Deleuze.
Siamo davanti a un’ingenua affannosa mimesi della catastrofe linguistica o civile, con tanto di segnaletica più o meno criptata. Se in questi componimenti disarticolati, cioè in queste banali omelie cui sono stati diligentemente sottratti i nessi sintattici per renderle un po’ “orfiche”, campeggia tra gli spazi bianchi un crudo dettaglio anatomico o un numero civico che appartenne all’abitazione parigina di Paul Celan, significa che gli autori vogliono comunicarci d’esser afasicamente consapevoli di Auschwitz; se invece parlano di due torri d’avorio viste in sogno, solo uno sprovveduto potrebbe non capire che alludono a come l’11 settembre sia penetrato traumaticamente fin nelle intime fibre dei loro loft romani, dei loro workshop di traduzione e delle loro plaquette, stravolgendone il rapporto con la storia. Tuttavia, la verità è che in questi versi apocalittici echeggia sempre il déjà vu della più mediocre e secolare koiné simbolista-ermetica. Al posto del filo spinato il filo interdentale, al posto del grilletto il mouse, al posto della bocca digrignata volta al plenilunio i bicipiti o i femori con l’osteoporosi esibiti sotto il neon della palestra, al posto del mito del popolo la retorica del corpo: ma il novanta per cento della lirica che circola tra grandi e piccoli editori somiglia sempre e ancora a un Ungaretti riscritto da manager, professori ordinari o casalinghe con l’hobby del photoshop e dello yoga.

2. Côté “Neo-Semplici”.
Mostrano l’altra faccia, quella rimasta in ombra ma più vera, dei versificatori descritti sopra: dicono apertamente ciò che i primi tentano di nascondere dietro alla pagina sbiancata o alla cortina fumogena dei loro citazionismi filosofico-politici. Esibiscono insomma, e con orgoglio, le banalità da cui scaturiscono tante simulate intelligenze di presunte pizie o di supponenti ricercatori universitari.

Questi poeti si fanno piccini piccini; fingono di nominare per la prima volta al mondo la parola “strada” (più spesso “stradina”), o magari le parole “mamma”, “patria”, “boschetto”, “fiume”. E davanti a ogni cosa… oh che stupori, che fremiti sorgivi! Non è forse classicità, questa che udiamo? Non ci ritroviamo finalmente di fronte alla poetica del fanciullino, rinata sulle infeconde ceneri del Novecento nichilista?

Leggiamo ad esempio un testo abbastanza tipico di Claudio Damiani, poeta di cui in queste settimane si parla moltissimo: “Chi passeggia sopra di me? / L’erba mi cresce accanto, / gli uccelli sui rami cantano, / la loro voce mi calma. / Ma tu perché non ci sei? / Perché ci sono tutti / e manchi solo tu? / E come farò a superare la tua mancanza, / come farò a continuare / ascoltando il suono degli uccelli / come un carillon / o l’erba crescere / come un tic-tac?”.

Già, come faremo?
Se frequentano una metropoli accomodante, consociativa e un poco caciarona, se hanno la forza di perseverare su questo tono almeno per vent’anni, versificatori del genere trovano poi una folta schiera di opinionisti pronti a riconoscere in loro Orazio o Pascoli, Penna o un saggio cinese. E di qui alla pubblicazione di poderose antologie, presentate in pompa magna dentro famosi cinema d’essai con attori, narratori-opinionisti e altri noti sponsor, il passo è davvero brevissimo (né può mancare, si capisce, un filmato sul vate che passeggia pei boschi). Ciò significa che nel gusto di troppi lettori è scomparsa una distinzione decisiva: quella tra una poesia schillerianamente ingenua o sabianamente onesta – praticabile solo da chi si sente “idiota” in quanto estraneo ai ricatti della storia, ma appunto attraverso una tale distanza sa misurarne i traumi – e il ben diverso bamboleggiamento di chi mima in modo un po’ ebete una lingua pseudoinfantile. Leggere questi mimi è ormai come contemplare quelle attrici che fuori tempo massimo continuano a sbattere gli occhioni e a fingere stupori da attonite dive del muto; oppure – assai più spesso – è come ascoltare quei genitori che si rivolgono ai figli con vezzeggiativi e parole cantilenanti cui sottraggono certe liquide o certe dentali, per imitare e anzi morbosamente incoraggiare la pronuncia ancora imperfetta dei loro pargoli. Insomma: uno crede (o magari finge di credere) di respirare l’aria delle foreste di Rousseau, e invece si trova a dir grazie dei fiori di Sanremo.

E d’altronde, bisogna aggiungere che il bamboleggiamento non riguarda soltanto la poesia. Anzi, la sua forma più sottile e insidiosa si annida negli ormai innumerevoli cloni del peggior Celati: in decine di giovani studiosi, o cabarettisti della penna, che si mascherano da matti padani e vergano debordanti monologhi calcolatamente sgarrupati. Coi loro automatismi stilistici, che hanno ormai raggiunto la codificazione di una teologia scolastica, pensano di poter eludere il pathos letterario senza nessun accorgimento o sforzo dialettico: ma così finiscono per rivelarsi soltanto degli avari professionisti della Stralunatezza. Si credono aerei, leggeri, piroettanti, o magari irresistibilmente boccaloni. Alcuni vorrebbero pronunciare esclusivamente parole come “roba”, “scorreggia”, “impaluga”, e riempirsi la bocca di anacoluti da cima a fondo libro. Ma dietro i loro geometri Stupazzoni che inventano il moto perpetuo alla periferia di Modena o Ferrara, dietro i loro paranoici Buster Keaton di Formigine o Correggio, riemerge poi quasi sempre, e malgrado ogni cautela, il profilo del cattedratico supercilioso e disinvolto, fin troppo a suo agio nei panni dell’intellettuale cosmopolita; o al massimo, si disegna la sagoma di un cazzaro abbastanza furbo da attaccarsi subito al treno delle poetiche editorialmente e accademicamente vincenti.
Se continua così, presto l’inquinamento di simili derive gergali diventerà a tal punto pervasivo che cominceremo davvero a non sopportare più nemmeno il sofferto Valentino di Pascoli, o i notevolissimi lunatici di Cavazzoni-Fellini.

Post Scriptum
A proposito dell’ecosistema culturale in cui fiorisce e viene amplificata la suddetta produzione “letteraria”, segnalo al Foglio una circostanza curiosa: un dettaglio che vale un’intera diagnosi sull’epoca, uno di quegli ossicini che bastano a ricostruire lo scheletro dell’intero dinosauro, o se si vuole uno di quei lapsus che illuminano di colpo una mentalità diffusa. Negli ultimi anni, gettando la coatta occhiata mattutina a quelle che una volta erano le terze pagine o i corsivi colti di alcuni storici giornali italiani, mi è già capitato almeno cinque o sei volte di scoprire che qualche commentatore attribuisce a Roberto Saviano frasi di (o derivate da) Alberto Savinio. Un solo esempio: ricordo, sull’Unità, un’invettiva di Luigi Cancrini contro la degradazione della nostra politica, degradazione imputata a uomini dalle “menti poco ammobiliate”. E subito dopo le virgolette lo psichiatra aggiungeva, col tono di chi rivendica la buona annata di un vino: “Parole di Saviano”. Ora, sul Web, trovo un altro pezzo cancriniano dove ritorna la stessa citazione, ma qui con attribuzione corretta. Colpa sua o di una redattrice? In ogni caso è la ripetizione del fenomeno, la grottesca mancanza d’orecchio a colpirmi: e l’abisso antropologico tra i due personaggi rende il caso non so se più deprimente o esilarante.

Ogni lettore non dico dell’Hermaphrodito o della Nuova Enciclopedia, ma anche soltanto dei ritratti e dei calchi formali che del loro autore ha proposto Leonardo Sciascia, non ha difficoltà a riconoscere nelle “menti poco ammobiliate” un’espressione appartenente a quell’area stilistica. Né ha difficoltà a distinguere l’aerea, limpida intelligenza del fratello di Giorgio de Chirico (intelligenza civile e politica proprio perché aforisticamente leggera, intelligenza emancipatoria e demistificante proprio perché non ricattata dalla cronaca) dalla prosa giornalistica un po’ goffamente e approssimativamente tribunizia, e dunque suo malgrado corrivamente estetizzante, di Roberto Saviano (una prosa “dolorista”, avrebbe forse detto Savinio – che pur riservava l’aggettivo a ben altri bersagli). Se poi, per un caso assai improbabile, quell’espressione fosse finita davvero a pigione in un pezzo di Saviano, spiccherebbe come può spiccare un lacerto di sapido epigramma inopinatamente precipitato in uno slogan. Il fatto che “gli intellettuali”, o i redattori culturali di una stampa che ha spesso lunghe e notevoli biografie alle spalle, possiedano oggi così scarse doti di expertise, è una di quelle circostanze che la dicono lunga sull’anestetizzazione del gusto e sul brodo di coltura (di cottura) da cui sortisce la tonitruante new italian epic.
Vista l’aria che tira, non oso neanche immaginare il destino citatorio che toccherà ai poveri Giorgio e Sergio Saviane.

Matteo Marchesini

Uscito sul Foglio il 6 febbraio 2011 con il titolo I “nuovi mostri” in libreria. Tipi emergenti nelle lettere italiane. Da “Madame Bovary c’est moi” a “Flaubert c’est moi”

Written by unpopperuno

febbraio 25, 2012 a 11:48 am

Pubblicato su Matteo Marchesini

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