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Il blog di Guido Vitiello

Archivio per aprile 2012

I turbamenti di un giovane bibliomane

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L’infanzia di UnPopperUno diventa un libro, pubblicato da Cult, marchio “pop” del gruppo Barbès. Qui la presentazione sul sito dell’editore.

Written by unpopperuno

aprile 23, 2012 at 1:05 pm

La società dello stupro. Sugli usi ideologici del caso DSK

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Arriva nelle librerie italiane il nuovo pamphlet di Marcela Iacub, Una società di stupratori? (Medusa edizioni). Ieri Il Foglio ha pubblicato la mia prefazione e un commento di Giuliano Ferrara.

Il titolo di un libro è come un ambasciatore che venga a portar notizie di un paese ancora sconosciuto. Può accadere però che questo messo – vuoi per la sua affabilità e il suo talento mondano, vuoi perché arriva nel luogo giusto al momento giusto – sia accolto con tanto fasto e tanti onori che nessuno si cura più di visitare la sua terra d’origine. È accaduto con la «fine della storia» o con lo «scontro di civiltà», formule che hanno preso a vivere di vita propria nel dibattito pubblico senza che nessuno s’incomodasse a studiare le tesi di Fukuyama o di Huntington. È accaduto, in modo perfino più vistoso, con il «circo mediatico-giudiziario». Quando l’avvocato Daniel Soulez Larivière, nel 1993, pubblicò in Francia Du cirque médiatico-judiciaire et des moyens d’en sortir, in Italia si era al culmine di Mani pulite: il luogo giusto al momento giusto, appunto. Quanti lessero il libro, tradotto l’anno dopo da un editore piccolo, coraggioso e aristocratico? Non molti, c’è da supporre. Ma da allora la formula è diventata moneta corrente nella prosa giornalistica, sia pure con qualche interpolazione rivelatrice: alcuni usano la variante di circolo (che evoca, nobilmente, il circolo vizioso della logica), altri quelle di circuito o cortocircuito (che allude al malfunzionamento di un meccanismo, indipendente dalla volontà di chi lo innesca), nessuno sembra aver voglia di ricordare che Soulez Larivière parlava proprio di un circo, che pianta il suo tendone sulla scena di un crimine. Un circo che non si mette in moto da sé, ha i suoi zelanti impresari, i suoi allestitori, i suoi attrezzisti. Ai magistrati e ai giornalisti spetta, come si può intuire, il ruolo di grandi domatori, e dal punto di vista della civiltà giuridica poco conta se a finire in pasto ai leoni sia un colpevole o un innocente: come già nella Roma imperiale, la damnatio ad bestias poteva spettare al più losco dei malfattori come al più limpido martire cristiano. Continua a leggere su Il Foglio

 

Written by unpopperuno

aprile 21, 2012 at 7:29 pm

Pubblicato su Il Foglio, Libri

Contra Piercamillum

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Si vola alto nell’ultimo libro di Piercamillo Davigo, Processo all’italiana (Laterza), scritto con il giornalista Leo Sisti. Basta scorrere l’indice analitico: per arrivare ad Alfano, Angelino bisogna passare per Agostino da Ippona, santo, e Alessandro Magno. Non si approda a Berlusconi, famiglia, senza prima aver incontrato Bacon, Francis e Barabba. Costanzo, imperatore, precede Costanzo, Maurizio. Gesù Cristo fa luce tra Gelli e Ghedini, alleluia. Si vede bene come questa eletta compagnia possa solleticare gli istinti più nobili del polemista, e spingerlo a immaginare un “Contra Piercamillum” sul calco del libello che Origene, padre della Chiesa, indirizzò a Celso, filosofo pagano. E d’altro canto Davigo è un magistrato a cui tutti, anche i detrattori o gli avversari ideologici, riconoscono competenza, sottigliezza e grande cultura giuridica.

Magari potranno non piacere le periodiche incursioni sul divanetto della Dandini, così frequenti che ormai Davigo ha messo insieme un suo repertorio da showman e un buon numero di tormentoni (i magistrati predatori che migliorano la specie predata dei corrotti; i tre gradi di giudizio per un biglietto falsificato della metropolitana; il dialoghetto sillogistico “tutti rubano”, “lei ruba?”, “no”, “e allora siamo in due”), ma in questo caso il problema non è di Davigo, che fa coerentemente la sua parte di magistrato moderato e un po’ perbenista, è di quella sinistra ingaglioffita che pende dalle sue labbra anche quando paragona la funzione rieducativa della pena agli schiaffoni ricevuti dal babbo a cinque anni (“così impari!”). Magari potrà non piacere, a noialtri garantisti, che Davigo infiocchetti certe sue sortite – spesso rigorose fino alla spietatezza – con citazioni di Sciascia o di Salvatore Satta, ma bando a queste gelosie piccine, un “Contra Piercamillum” va fatto come si deve, e la prima regola del buon apologista è in fin dei conti la stessa della boxe: niente colpi sotto la cintura. Leggi il seguito di questo post »

Written by unpopperuno

aprile 20, 2012 at 7:29 pm

L’inverno di Fortini. Di Matteo Marchesini

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In libreria ho iniziato a leggere l’ultimo volume di Asor Rosa, Le armi della critica. È stato come cedere a un vizio, che come tutti i vizi è un po’ sadico e un po’ masochista: volevo gustarmi amaramente l’ennesima prova di prosa bislacca e di confusione ideologica di un anziano mandarino che mantiene un credito inspiegabile. L’ho letto davvero molto, anzi troppo, anch’io. Ho studiato il primo radicalissimo Asor, quello che aveva ancora una sua grezza ma spietata consequenzialità, e che macinò operaismo fino agli anni Settanta; poi lo storico letterario pomposo e sordo; quindi il nuovo estremista senza bussola che ha svelato l’inconsistenza dei suoi discorsi precedenti. E ora, eccomi ad aprire questo nuovo libro, dove ritrovo roba già letta in Intellettuali e classe operaia (1973). Ma il tutto è condito da una “prefazione storica”, insieme goffamente prolissa e rozzamente stenografica, che sembra messa lì apposta per solleticare la mia perversione. Asor vi descrive il suo percorso di dieci anni, dal ’60 al ’70, dalla giovinezza alla prima maturità. E come al solito, le perle di comicità involontaria non si fanno attendere. A cominciare dal sottotitolo: “Scritti e saggi degli anni ruggenti”. Ruggenti? Ecco un tipico esempio dello stile asorrosiano: che non è serio, ma non sa nemmeno essere ironico. La sua cifra è la grossolanità impudente: forse crede davvero di aver ruggito? Dalla prefazione parrebbe di sì. Asor infatti non si limita a ragguagliarci sulla temperie culturale in cui si formò (l’operaismo di Tronti, l’antigramscismo, ecc.), ma vuol delineare nientemeno che la “storia di un’anima”: dandoci conto di come, quando e con quali sentimenti ha accostato i grandi autori occidentali. Intanto, sempre per stare a ciò che non è serio ma non riesce neppure a esser faceto, veniamo a sapere che si ritiene “l’unico uomo al mondo ad avere letto tutto Marx e tutto Dante”. Però, subito dopo confessa che Marx fece così colpo sulla sua giovane mente perché né il liceo né l’università avevano avuto cura di informarlo dell’esistenza di Kant. Ma il meglio arriva nel capitolo su “Asor e Leopardi”: che lo colpì molto (sentite la finezza da italianista) per il “sublime dell’espressione immediata”, ma forse anche perché non conosceva Hölderlin e Novalis (che c’entrano con Leopardi?). Il rampante Alberto lesse “Dolce e chiara è la notte e senza vento”, e per lui quel verso significò subito che “un altro mondo era possibile”: dal conte Giacomo a Luca Casarini il passo fu brevissimo. In chiusura, poi, ribadisce di sentirsi ancora un fiero antagonista della nostra società: società che infatti “diffida di me, nonostante la lunghissima frequentazione, e me lo dimostra in molti modi”. Accidenti! Nonostante la lunghissima carriera accademico-politico-mediatica? E se non avesse diffidato di lui, questa società, che avrebbe fatto? Lo avrebbe portato al Quirinale? Leggi il seguito di questo post »

Written by unpopperuno

aprile 18, 2012 at 7:41 pm

Pubblicato su Il Foglio, Matteo Marchesini

Heimat, una parola-pappagallo nel cielo sopra Berlino

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I cieli dello spirito sono affollati di pappagalli. Parole-pappagallo, così le chiamava Paul Valéry: le ripetiamo ad ogni occasione, persuasi che abbiano un senso preciso, ma a ben vedere non sono che “creazioni statistiche” alimentate dai quotidiani commerci dei parlanti. Provate ad abbatterne una, a esaminarne la carogna da vicino, e la vedrete disfarsi come un miraggio. La stessa parola spirito, beninteso, è “un enorme pappagallo”, e così pure universo, natura o destino. Nel cielo sopra Berlino volteggia da secoli un pappagallo di nome Heimat, e di recente lo si avvista così spesso che si è guadagnato l’ultima copertina dello Spiegel: “Was ist Heimat?”, e cioè “Che cos’è…”. E qui sorgono i primi grattacapi. Patria? Terra natia? È quel che suggeriscono i dizionari, ma sono tutte approssimazioni per difetto.

Lo Spiegel prende spunto da due notiziole cinematografiche: nelle sale arriverà a breve il meglio di Deutschland von Oben, serie di documentari della ZDF sulle città, le campagne e le foreste tedesche viste dall’alto; e il regista Edgar Reitz sta lavorando al quarto capitolo della monumentale saga Heimat, che stavolta avrà per tema l’emigrazione tedesca in Brasile nell’Ottocento. E in effetti, da qualche tempo i destini della Heimat sono cuciti a filo doppio con quelli del cinema: il lettore che volesse raccapezzarsi sulla questione (e avesse, per avventura, una cinquantina di ore libere) farebbe bene a guardarsi per intero la trilogia di Reitz, inaugurata nel 1984, a cui si deve la fama internazionale di questa parola che è tedesca fino al midollo. Dalle vicende dei Simon, una famiglia che guarda scorrere tutta la storia novecentesca della Germania dall’immaginario villaggio di Schabbach, nella regione renana dell’Hunsrück, potrà tirare alcune sommarie conclusioni: 1) che la Heimat è un idillio campestre, e non attecchisce bene tra i fumi della grande città; 2) che è un estremo rifugio d’innocenza, soggetto ai cicli della natura più che alla freccia della storia, dove la politica arriva come un’eco remota (è materna, la Heimat: a chiamarti in guerra, e a costruire i campi di sterminio, è semmai la Vaterland, la terra dei padri); 3) che la Heimat, come il villaggio di Schabbach, non esiste in nessun luogo. Leggi il seguito di questo post »

Cabaret Zizek. Il comunismo da tragedia a farsa a… [omissis]

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Può darsi che un anziano lavavetri polacco incontrato a un semaforo sia stato, nel suo paese, “il più grande specialista della preistoria del socialismo”, come nel film di Costa-Gavras La piccola apocalisse, deliziosa satira della sinistra intellettuale dopo il crollo del Muro. Un’altra soluzione satirica, perfino più rocambolesca, potrebbe essere questa: un barbuto filosofo sloveno diventa una popstar culturale nell’Occidente capitalista mettendo insieme Lenin e Lacan, anzi suonando le loro carcasse a mo’ di xilofono, come nella Skeleton Dance di Walt Disney. Sembra la trama di una commedia grottesca post-sovietica, ma è esattamente l’impresa che è riuscita, non si sa come, a Slavoj Zizek: rianimare cadaveri ideologici e teorici tra i più impresentabili con l’ausilio di film hollywoodiani, fumetti e cartoon. Lo hanno chiamato, non per caso, “il fratello Marx”, o l’“Elvis della teoria culturale”. Al politologo John Gray dobbiamo una formula impeccabile: “Il comunismo, non più confinato alle tetre riunioni di trotzkisti stagionati o alle lungaggini dei seminari accademici, è stato reinventato come una sorta di cabaret intellettuale”. Leggi il seguito di questo post »

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