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Il blog di Guido Vitiello

Bugiardino per ipertesi, ovvero: come non scrivere una prefazione

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Non c’è piatto così saporito che non possa essere guastato da un medico che ti si pianta davanti con una faccia da barbagianni e ti raccomanda di mangiare sciapo. È lo stesso con le prefazioni dei libri: ce ne sono di ogni tipo, pedanti, laudatorie, ammiccanti, servili, ma quando una prefazione suona come il bugiardino di un medicinale per ipertesi allora non c’è verso, la lettura è rovinata. Tanto ha potuto Lidia Ravera, che pure si trovava tra le mani un romanzo che, solo a raccontarne la trama, invoglierebbe il lettore più restio: una delegazione di intellettuali parigini, in testa due militanti femministe, ottiene il permesso di visitare il Benelux, dove dal 1970 si è instaurata una dittatura matriarcale guidata con pugno di ferro dalla Pastora e dalle sue brigadiere. Il libro si chiama Le assetate (Transeuropa), e lo ha scritto un giurista belga trentacinquenne di nome Bernard Quiriny. Più che un apologo antifemminista, è la satira di uno dei riti più comici (o tragici) del secolo passato: il turismo rivoluzionario di quelli che Paul Hollander chiamava “pellegrini politici”, intellettuali di paesi democratici che andavano nella Cina di Mao o nella Cuba di Castro scortati dalle guide del regime e ne tornavano assicurando che laggiù andava tutto per il meglio.

Come rendere sciapo un libro simile? Lidia Ravera comincia col dire che no, “le donne non l’hanno mai voluto veramente, il potere” (primi sbadigli). Neppure le femministe, “che lottano per ottenere la parità e il riconoscimento della loro differenza nel rispetto ecc. ecc.” (intensa lacrimazione presonno: e siamo solo alla quinta riga). Segue ipotesi psicogenetica sui traumi dell’autore che possano averlo indotto a scrivere una satira misogina: “Quale donna gli ha scatenato questa fertile rabbia?”. E infine, dopo una gomitatina al “collega Quiriny” (sic), la minaccia: “Mi resta la voglia di provare a raccontarlo davvero, un mondo in cui le donne, conquistato il potere, provino a organizzarlo in un altro modo” (urgente ricerca di un sospensorio). Qualcuno avrebbe potuto ricordarle che di “colleghe” scrittrici, per giunta femministe e con “sentimento di sorellanza”, ce ne sono state almeno una dozzina, tra fine ottocento e primo novecento, che hanno immaginato utopie di governo femminile dai nomi pittoreschi come Herland, New Amazonia o Mizora. Alcuni di questi romanzi sono tradotti, altri no e lo meriterebbero, ma gli editori in ascolto stiano attenti, quando si tratterà di affidarne la prefazione: rischiano d’incappare in una delle brigadiere della Pastora.

 Articolo uscito sul numero di aprile di IL

Written by unpopperuno

maggio 8, 2012 a 1:33 pm

Pubblicato su IL, Libri

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