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Il blog di Guido Vitiello

Archive for the ‘Matteo Marchesini’ Category

L’invasione degli ultracorpi letterari

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ultracorpi2Il modello occulto della società letteraria italiana è L’invasione degli ultracorpi. Non so chi abbia depositato nottetempo i baccelloni, ma di tutta evidenza è Roma l’epicentro del fenomeno e non escludo che i nuovi marziani abbiano scelto, per abitudine, il galoppatoio di Villa Borghese. Tutto si svolge nel segno della parodia. Ogni personaggio, stile, maniera o istituzione letteraria a cui un tempo si poteva riconoscere un prestigio, una dignità, una ragion d’essere storica, è stato sostituito proditoriamente da un replicante più o meno ben congegnato. Chiunque abbia occhi per vedere (e tempo per prestarli alle cronache) lo constata facilmente, e pazienza se, come il protagonista del film di Don Siegel, il suo destino sarà di non essere creduto.

Parodie di scrittori che ronzano intorno a parodie di premi letterari o si accalorano senz’ombra di ironia per parodie di polemiche (cos’altro era, l’affaire Cordelli?). Riviste che sono fin dal nome replicanti di riviste estinte (l’operazione marziana sarà compiuta quando nasceranno anche Lacerba 2, La Ronda 2 e Il Politecnico 2). Critici-baccelloni che compilano serissime parodie di canoni. Poeti neoavanguardisti che non passerebbero il test di Turing. Parodie di scrittori maledetti e parodie di narratori popolari, parodie di engagés e parodie di dégagés, parodie di neoterici e parodie di dialettali. Scampati ai marziani, ai trifidi e ai diafanoidi ci troviamo a lottare contro nuove creature aliene, i pasolinidi e i balestrinidi e i nanobianciardi e i gaddamutanti e gli ultrafofi. Mentre scrivo, un manipolo di replicanti sta per radunarsi al mare per un festival parodistico fin dall’annuncio (“Scrittrici e scrittori confinati per sei giorni sull’isola di Ventotene, a scontare il loro privilegio: essere scrittrici, essere scrittori. Condannati a esercitare il dono supremo dello sguardo”). Il vecchio mondo delle lettere è svanito per consunzione, ma svanendo ha lasciato nell’aria, fluttuanti, delle sagome vuote, delle pose cristallizzate, dei calchi entro cui sono potuti crescere i baccelloni spaziali. Leggi il seguito di questo post »

Written by unpopperuno

giugno 22, 2014 at 1:00 am

Le vacanze (mancate) di Monsieur Marchesini

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6a00d8341c710a53ef014e8a3ba465970d-800wiIn occasione dell’equinozio d’autunno, e soprattutto per non lasciare ai Righeira l’esclusiva della celebrazione della fine dell’estate (un monopolio quasi trentennale va spezzato a un certo punto, non foss’altro per fisiologia democratica), UnPopperUno è lieto di ospitare il diario agostano di Matteo Marchesini (già titolare di una stanza tutta per sé), che di spiagge e di ombrelloni ne ha visti ben pochi. Insomma, le vacanze mancate dell’autore di Atti mancati. Il diario è stato originariamente pubblicato a puntate sul Foglio. È piuttosto lungo, ma d’altro canto ci attendono un lungo autunno, un lungo inverno e una lunga primavera, c’è tempo. Buona lettura e buon cambio di stagione. Leggi il seguito di questo post »

Written by unpopperuno

settembre 21, 2013 at 4:24 pm

Pubblicato su Il Foglio, Matteo Marchesini

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Quel che resta della poesia. Di Matteo Marchesini

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Schermata 2013-05-25 a 00.42.33C’è un racconto di Martin Amis in cui si immagina che le sorti degli sceneggiatori e dei poeti siano esattamente rovesciate rispetto a quelle reali. Gli sceneggiatori si muovono in un malsano sottosuolo letterario, arrabattandosi tra reading, riviste semiclandestine e opere pubblicate alla macchia. I poeti, invece, lanciano le loro composizioni come fossero film. Contesi da grandi produttori, guadagnano cifre enormi tra “diritti secondari” e “royalties sui sequel”. Girano in limousine, scelgono i gadget con cui promuovere una ballata, registrano l’incasso clamoroso di sonetti intitolati “E’ l’alto suo disdegno di iersera”, e decidono la cesura di un verso con un agguerrito team aziendale. Il racconto di Amis suona beffardo soprattutto a orecchie italiane, dato che da noi, intorno alla poesia, non si riunisce nemmeno quel pubblico di lettori limitato ma vivace che caratterizza il meno asfittico mondo letterario anglosassone. In Italia, ormai, dei poeti si parla con imbarazzo. Oggi il poeta italiano non solo è emarginato, ma non è neanche considerato uno scrittore (dei narratori che compongono versi si dice: “scrittore e poeta”, identificando la narrativa con la scrittura tout court). Leggi il seguito di questo post »

Written by unpopperuno

maggio 25, 2013 at 12:46 am

Pubblicato su Matteo Marchesini

Delendo Moravia. Di Matteo Marchesini

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phpThumb_generated_thumbnailNel secondo atto del dramma più noto di Vitaliano Brancati, La governante, fa la sua comparsa un personaggio in apparenza fuori posto. Siamo nel soggiorno di una famiglia siciliana trapiantata a Roma, i Platania. Il patriarca è un vecchio burbero, un tempo spietatamente autoritario e ora – dopo che la figlia è stata spinta al suicidio dalla sua severità – forzatosi a un permissivismo inautentico e comicamente goffo. Intorno a lui ci sono Elena, una nuora civetta, stordita e visionaria; Enrico, un figlio affetto da gallismo; Jana, una servetta selvaggiamente sicula; e Caterina, la nuova governante francese e calvinista, che sembra portare una ventata di esotico rigore in una casa in cui pregiudizi arcaici e leggerezza morale convivono sotto l’insegna di un fiacco conformismo, cattolico solo a parole. Dunque, tra questi personaggi così modesti, compare a un tratto uno scrittore: e non uno scrittore qualunque, ma “il più celebre di tutti”. Brancati lo chiama Alessandro Bonivaglia, e lo descrive così: “è un uomo di quarant’anni, che si direbbe contemporaneamente allegro e annoiato, felice di lavorare e stanco, sicuro di sé e pieno di oscuri presentimenti, a giudicare dal modo con cui sbadiglia, fa scrocchiare le dita, si diverte, impallidisce, si rivolta sul divano come un malato sul letto, ride bruscamente, dice tutto d’un fiato: ‘Ah, vorrei morire!’. Qualcosa d’infantile e di gaio è nell’atto con cui egli comprende le cose, ma invariabilmente il risultato di ogni suo sforzo mentale è una cognizione lugubre”. Leggi il seguito di questo post »

Written by unpopperuno

dicembre 3, 2012 at 5:50 pm

Pubblicato su Matteo Marchesini

A qualcuno è (quasi) piaciuto. Marchesini su “Bella addormentata”

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di Matteo Marchesini

È davvero così brutta, la Bella addormentata di Marco Bellocchio? O viceversa è un’opera ingiustamente, frettolosamente archiviata? Credo che nessuna di queste posizioni rifletta il sentimento provato, davanti al film, da molti spettatori non prevenuti e neppure aprioristicamente indulgenti. Che è un sentimento più blando e insieme più radicale: la perplessità. Una perplessità ormai di lungo corso, per il pubblico anche più affezionato al regista. E ciò che rende perplessi non è l’intento didascalico, più sobrio qui che altrove. Tutto sommato, la politica resta un ronzio televisivo di fondo, quasi senza commento; e i rari scorci grotteschi sono poca cosa rispetto a quel che abbiamo visto nella realtà di questi anni. Abbondano, anzi, gli accorgimenti escogitati per attribuire le diverse opinioni sulla vita e sul caso di Eluana Englaro a personaggi ugualmente umani. Semmai si può discutere dell’ingenuità con cui vengono dosati questi accorgimenti. D’altra parte è vero che Servillo, il senatore che ha aiutato la moglie a morire e che medita di staccarsi dalle posizioni del gruppo berlusconiano, acquista una funzione un po’ troppo esemplare. Ma questo eccesso di esemplarità non è tale in assoluto: lo è solo rispetto a un contesto non propizio. In generale, si possono fare ottimi film con un livello ben più alto di unilateralità, con il più spinto, brechtiano e fazioso didatticismo. Non è questo il punto. Il punto è che, come gli capita ormai da troppo tempo, Bellocchio ha girato due film in uno, due film che convivono schizofrenicamente senza amalgamarsi: da una parte c’è quello tutto prosaicamente “contenutistico”, dall’altra quello che si sprigiona dalla sua vena grottesco-visionaria. A volte il contenutismo è così sfacciato da sfiorare la più disarmante delle banalità: ma ecco allora che una fotografia incongrua, il raptus improvviso di un personaggio, un ritmo assurdo e straniante arrivano a contraddire, a “sfasare” la più sciatta delle cronache. Il Bellocchio che ha l’ansia di tradurre subito in immagini certa retorica sociologica, certe “idee” o certi “fatti”, combatte sempre contro il Bellocchio fantastico, cui interessa soltanto una certa gestualità accesa, patologica, da “diavolo in corpo”. E l’equilibrio non si trova. Cos’è, infine, Bella addormentata? È la storia del riflesso che gli ultimi caotici giorni di Eluana disegnano in alcune esistenze – quelle di un parlamentare, di una ragazza cattolica, di un’attrice con la figlia in stato vegetativo, di un medico che salva una tossicodipendente dal suicidio e le spiega che come lei è libera di tentare d’ammazzarsi lui è libero di provare a tenerla in vita? È davvero questo che abbiamo visto, in due ore di cinema? O il cuore del film non è invece, iperbellocchianamente, la traduzione plastica di pulsioni psichiche violente e dissolutrici, solo provvisoriamente attutite da improbabili, poetici atti d’amore? È più importante il “film su Eluana”, o è più importante la consueta tendenza a inventare scene di parossismo (assalti agli ospedali, bicchieri tirati in faccia, corpi che animalescamente si dibattono, comportamenti ossessivi o bipolari, preghiere assurdamente urlate, spine staccate di colpo, recite teatrali su cui si convoglia la violenza che non si riesce a mettere nel linguaggio quotidiano)? E il vero Servillo è quello che prepara il suo bravo discorso di dissenso, reso ironicamente vano dalla morte della Englaro, o non è piuttosto quello che vaga come uno spettro in una Roma i cui scorci più oleografici son trasformati nel sinistro sfondo mentale del suo cupio dissolvi? Tra i due film, tra la patetica ansia dichiarativa di certi dialoghi e la gratuità di certe virate oniriche, si vedono ancora i precari punti di sutura. D’altra parte, sembra che Bellocchio non possa rinunciare a nessuno dei due aspetti. Quando metteva in scena le bislacche teorie di Fagioli, era facile tradurle tutte in pura visionarietà: ma allora questa visionarietà diventava involontariamente comica. Il fatto è che l’attrito della “tesi” gli serve; ma come dimostrano film altrettanto sdoppiati (L’ora di religione, Buongiorno, notte…), la cosa difficile è poi rendere la tesi omogenea alla propria fantasia naturale, cioè evitare di produrre opere un po’ didattico-cronachistiche e un po’ oniriche. Ovviamente anche i suoi più accaniti detrattori devono ammettere che un punto di perfetto, travolgente equilibrio Bellocchio l’ha raggiunto: ma sta lontano, agli esordi, in quei Pugni in tasca la cui ombra lo insegue ormai come una maledizione.

 

Written by unpopperuno

ottobre 1, 2012 at 3:53 pm

Pubblicato su Matteo Marchesini

Troisi, una vita da orsacchiotto. Di Matteo Marchesini

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di Matteo Marchesini

Il Foglio, 1 settembre 2012

In questo tramonto della seconda repubblica, capita di chiedersi quali ispirazioni ne caverebbe Massimo Troisi, morto ai suoi primi albori. Troisi non era un satirico in senso stretto: era un comico, nell’accezione più malinconica e atemporale del termine. Ma a differenza di molti travet della satira, sapeva cogliere con sovrana leggerezza i tic apparentemente più labili e più sotterraneamente radicati di una mentalità e di un’epoca. Soprattutto, con incantevole noncuranza, e con un’ironia sottilmente virata in antifrasi, sapeva far riaffiorare al di là di questi tic la ragionevolezza di un senso comune troppo spesso minacciato dalle disarmanti fatalità della storia italiana. Non era un grande regista; ed era un primo attore strano, che non s’imponeva ma piuttosto s’insinuava. Non stupisce dunque che le sue minuziose diatribe, insieme stenografiche e prolisse, prive di climax e di icasticità, abbiano sempre lasciato una parte del pubblico fredda o infastidita. Ma chi l’ha amato rimpiange proprio la stranezza di questo reticente e cincischiante fenomeno attoriale: un fenomeno che non ha eredi, e che malgrado la napoletanità conta forse molti nonni ma nessun vero padre. Leggi il seguito di questo post »

Written by unpopperuno

settembre 13, 2012 at 7:06 pm

L’inverno di Fortini. Di Matteo Marchesini

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In libreria ho iniziato a leggere l’ultimo volume di Asor Rosa, Le armi della critica. È stato come cedere a un vizio, che come tutti i vizi è un po’ sadico e un po’ masochista: volevo gustarmi amaramente l’ennesima prova di prosa bislacca e di confusione ideologica di un anziano mandarino che mantiene un credito inspiegabile. L’ho letto davvero molto, anzi troppo, anch’io. Ho studiato il primo radicalissimo Asor, quello che aveva ancora una sua grezza ma spietata consequenzialità, e che macinò operaismo fino agli anni Settanta; poi lo storico letterario pomposo e sordo; quindi il nuovo estremista senza bussola che ha svelato l’inconsistenza dei suoi discorsi precedenti. E ora, eccomi ad aprire questo nuovo libro, dove ritrovo roba già letta in Intellettuali e classe operaia (1973). Ma il tutto è condito da una “prefazione storica”, insieme goffamente prolissa e rozzamente stenografica, che sembra messa lì apposta per solleticare la mia perversione. Asor vi descrive il suo percorso di dieci anni, dal ’60 al ’70, dalla giovinezza alla prima maturità. E come al solito, le perle di comicità involontaria non si fanno attendere. A cominciare dal sottotitolo: “Scritti e saggi degli anni ruggenti”. Ruggenti? Ecco un tipico esempio dello stile asorrosiano: che non è serio, ma non sa nemmeno essere ironico. La sua cifra è la grossolanità impudente: forse crede davvero di aver ruggito? Dalla prefazione parrebbe di sì. Asor infatti non si limita a ragguagliarci sulla temperie culturale in cui si formò (l’operaismo di Tronti, l’antigramscismo, ecc.), ma vuol delineare nientemeno che la “storia di un’anima”: dandoci conto di come, quando e con quali sentimenti ha accostato i grandi autori occidentali. Intanto, sempre per stare a ciò che non è serio ma non riesce neppure a esser faceto, veniamo a sapere che si ritiene “l’unico uomo al mondo ad avere letto tutto Marx e tutto Dante”. Però, subito dopo confessa che Marx fece così colpo sulla sua giovane mente perché né il liceo né l’università avevano avuto cura di informarlo dell’esistenza di Kant. Ma il meglio arriva nel capitolo su “Asor e Leopardi”: che lo colpì molto (sentite la finezza da italianista) per il “sublime dell’espressione immediata”, ma forse anche perché non conosceva Hölderlin e Novalis (che c’entrano con Leopardi?). Il rampante Alberto lesse “Dolce e chiara è la notte e senza vento”, e per lui quel verso significò subito che “un altro mondo era possibile”: dal conte Giacomo a Luca Casarini il passo fu brevissimo. In chiusura, poi, ribadisce di sentirsi ancora un fiero antagonista della nostra società: società che infatti “diffida di me, nonostante la lunghissima frequentazione, e me lo dimostra in molti modi”. Accidenti! Nonostante la lunghissima carriera accademico-politico-mediatica? E se non avesse diffidato di lui, questa società, che avrebbe fatto? Lo avrebbe portato al Quirinale? Leggi il seguito di questo post »

Written by unpopperuno

aprile 18, 2012 at 7:41 pm

Pubblicato su Il Foglio, Matteo Marchesini

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