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Il blog di Guido Vitiello

I miei libri

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In nome della legge. La giustizia nel cinema italiano

a cura di Guido Vitiello

Rubbettino, 2013, 178 pagine, 16,00 euro

InNomeDellaLeggeDalle note di copertina:

Enzo Tortora suggerì per scherzo di proibire, in Italia, i telefilm di Perry Mason, perché lo spettatore rischiava di farsi un’idea del tutto irreale della giustizia. La battuta coglieva un aspetto decisivo: il processo americano si presta assai meglio del nostro alla messinscena cinematografica, tanto da aver dato vita a generi giudiziari come il courtroom drama e il legal thriller. E in Italia? Che caratteristiche ha il nostro cinema giudiziario? In che modo ha fatto i conti con le evoluzioni del rito processuale, della figura pubblica del magistrato, dei rapporti tra giustizia e società? Com’è cambiata la rappresentazione del mondo della legge e dei suoi protagonisti – giudici, avvocati, imputati? A vent’anni da Mani Pulite, il libro tenta di rispondere a queste domande. I saggi qui raccolti indagano generi e stagioni del nostro cinema (la commedia, il cinema politico, il poliziottesco), autori cruciali come Damiano Damiani, eroi del nostro immaginario come il giudice antimafia, senza trascurare la fiction televisiva, i formati giornalistici di spettacolarizzazione della cronaca nera, le metamorfosi della letteratura giudiziaria. Con saggi di: Milly Buonanno, Giovanni Damele, Giovambattista Fatelli, Anton Giulio Mancino, Andrea Minuz, Andrea Pergolari, Alessandro Perissinotto, Isabella Pezzini, Christian Ruggiero, Guido Vitiello.

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Non giudicate. Conversazioni con i veterani del garantismo

Guido Vitiello

Liberilibri, 2012, 106 pagine, 14,00 euro

Dall’introduzione di Giuliano Ferrara:

“Quando ci siamo conosciuti, Vitiello mi ha fatto una proposta a un angolo di strada, sulla via del caffè: parlo con quattro grandi garantisti, vecchi d’età e a dominante meridionale, e ne riferisco in altrettante pagine di giornale. È un talento assoluto, mi sono detto pensando all’età degli interlocutori che aveva scelto, ai Verri e Beccaria dell’Italia di giù, compassata e filosofica ma incazzata, all’inattualità e alla stranezza perfetta del tutto. Non ho più cambiato idea. Lo stile di Guido Vitiello è fresco, principesco, qualunque testo scriva viene come deve venire una cosa bella quando nasce da una buona scuola dell’esistenza”.

Mauro Mellini (Civitavecchia, 1927), avvocato, più volte parlamentare, tra i leader storici del Partito Radicale, è stato anche uno dei promotori della battaglia in favore della legge sul divorzio e di quella in difesa di Enzo Tortora, nel celebre caso di malagiustizia che lo coinvolse. È stato componente del CSM. Domenico Marafioti (San Procopio, 1925– Anzio, 2011), avvocato e scrittore di origini calabresi, romano di adozione. È autore di numerose pubblicazioni di argomento giudiziario tra cui Toga sommersa. Interno di un difensore (1990) e Cuore di toga (2001). Ha fondato e diretto «il Giusto Processo». Corrado Carnevale (Licata, 1930), a ventitré anni è primo al concorso per la magistratura, e sarà il più giovane presidente di sezione della Corte di Cassazione. Esemplare garante del giusto processo, per questo ha subìto una persecuzione mediatico-giudiziaria, uscendone vittorioso. Giuseppe Di Federico (Bolognano, 1932), professore emerito di Ordinamento giudiziario all’Università di Bologna. Fondatore del Centro Studi e Ricerche sull’Ordinamento Giudiziario. Ha svolto un’intensa attività di consulenza sulle riforme giudiziarie di numerosi Paesi. È stato componente del CSM.

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I turbamenti di un giovane bibliomane

Guido Vitiello

Cult editore, 2012, 192 pagine, 12,00 euro

Dalle note di copertina:

Il giovane bibliomane è l’alter ego gutenberghiano del nerd. Se l’uno non riesce a staccare gli occhi da un monitor, l’altro ha il naso sempre immerso in un libro. Respira carta stampata fin dall’infanzia, e i suoi primi incontri con la cultura pop, sotto forma di cartoni animati o giocattoli giapponesi, sono già viziati da un eccesso di letteratura. Proprio come il nerd, il giovane bibliomane coltiva in modo maniacale le sue ossessioni intellettuali, ed è cronicamente incapace di accostarsi con leggerezza ad alcunché, che sia un romanzo o un elettrodomestico, un B-Movie o un gioco di società. Le sue conoscenze mirabolanti su temi più o meno astrusi sono isolotti in un oceano d’incomprensione: della vita pratica, delle leggi di convivenza elementari, soprattutto del grande mistero, la Donna. La realtà sfugge ostinatamente alla sua presa, e quando infine arriva a toccarla ecco che, tra le mani, gli si trasforma di nuovo in letteratura. Così, tra Ernst Jünger e gli Ufo, Cornelio Agrippa e Homer Simpson, Jean Baudrillard e i designer dell’Ikea, apprendiamo come il De vinculis di Giordano Bruno possa essere usato per rimorchiare, come Nietzsche, Freud e la teoria dell’Urvater spieghino le umiliazioni subite alle scuole medie, come il “secolo  breve” appartenga, con buona pace di Eric Hobsbawm, prima di tutto a Jeeg Robot d’Acciaio. E ancora, scopriamo che cosa accomuna i due grandi Renati (Girard e Zero) o il Padre della Chiesa Origene e il bambolotto Big Jim, impariamo a usare l’antico libro del Levitico per azionare la lavatrice o a scegliere la nostra anima gemella in base a come sottolinea i libri.

Guido Vitiello non è più bibliomane, e se è per questo neppure granché giovane, ma quando ha scritto questi trattati bonsai (usciti tra il 2002 e il 2005 sul sito del settimanale «Internazionale») era l’una e l’altra cosa.

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Il testimone immaginario. Auschwitz, il cinema e la cultura pop

Guido Vitiello

Ipermedium libri, 2011, 196 pagine, 14,00 euro

Dalle note di copertina:

Scompaiono gli ultimi testimoni della Shoah e la trasmissione della memoria è affidata ormai a narrazioni di seconda mano: film, serie tv, romanzi, fumetti. Ma queste narrazioni si sforzano sempre più spesso di simulare il punto di vista del testimone oculare, fornendo l’illusione di un accesso diretto al passato. Se, come dice Elie Wiesel, l’Olocausto è un mistero oscuro che solo chi ha vissuto può comprendere, agli altri non resta che una possibilità: immaginare di riviverlo. Da qui hanno origine quelle che Gary Weissman chiama fantasie di testimonianza, i tentativi immaginari di sperimentare l’evento che è divenuto ormai il nostro «mito negativo delle origini». A queste fantasie il cinema ha fornito un veicolo privilegiato, non solo attraverso i film maggiori come Schindler’s List o Shoah, ma anche e soprattutto tramite il ricco e misconosciuto universo dei film di genere. La fantascienza e i suoi viaggi nel tempo, le testimonianze «dal buco della serratura» del cinema erotico, la fascinazione del male estremo nell’horror, sono tutte vie per immergere lo spettatore nel cuore di tenebra di Auschwitz. Dopo l’«era del testimone», inaugurata dal processo Eichmann, si annuncia l’era del testimone immaginario.

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A Companion to Werner Herzog

a cura di Brad Prager 

Wiley-Blackwell, 2012, 630 pagine, 131,50 euro (gulp!). Il mio capitolo si intitola Portrait of the Chimpanzee as a Metaphysician: Parody and Dehumanization in Echoes from a Somber Empire (pp. 547-565).

Dalle note di copertina:

Continually blurring the line between fiction and reality, Werner Herzog has made a career of crossing boundaries and reinventing himself. Since his early emergence as a leader in the New German cinema, Herzog is now widely recognized as one of the most acclaimed and innovative filmmakers of the modern era—as well as one of its most controversial and enigmatic figures.

A Companion to Werner Herzog presents more than two dozen original scholarly essays that probe deeply into various aspects of Herzog’s career and eclectic body of cinematic work. Contributions from internationally recognized film scholars and Herzog experts offer fresh perspectives on such topics as Herzog’s engagement with music and the arts, his self-stylization as a global filmmaker, the director’s Bavarian origins, and even his visionary collaboration—and love-hate relationship—with the late actor Klaus Kinski. Filled with illuminating insights, A Companion to Werner Herzog offers a long-overdue exploration of the life and artistic contributions of one of the true giants of international cinema.

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Mistica senza Dio

Fritz Mauthner. A cura e con un saggio di Guido Vitiello

Irradiazioni, 2011, 213 pagine, 12,00 euro

Dalla quarta di copertina:

Jorge Luis Borges lo riteneva uno dei grandi prosatori di lingua tedesca e uno dei cinque autori che più lo avevano influenzato, tanto che scrisse interi racconti ispirati alla sua filosofia. Hofmannsthal lo leggeva avidamente, e ne trasse ispirazione per la Lettera di Lord Chandos. James Joyce incaricò Samuel Beckett di setacciare i suoi scritti a caccia di idee, all’epoca in cui lavorava al Finnegans Wake. Ludwig Wittgenstein gli fu debitore per alcune profonde intuizioni. Eppure, quasi nessuno si ricorda oggi di Fritz Mauthner, scrittore, giornalista e filosofo del linguaggio di origine boema che dedicò tutta la vita a una titanica impresa di demolizione. Due gli edifici da abbattere, o forse le due facce di un solo edificio: il Linguaggio e Dio. Gli dèi non sono che nomi, diceva, e le parole sono le nostre tiranniche divinità. Solo liberandosi degli uni e delle altre si può accedere alla mistica pura, la mistica senza Dio, senza favole e senza teologie, senza templi e senza chierici.

Fritz Mauthner (1849-1923) è autore di romanzi, saggi, scritti satirici, parodie, e soprattutto di due opere monumentali: i Contributi a una critica del linguaggio (1901-1902) e la Storia dell’ateismo in Occidente (1920-1923).

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Ha visto il montaggio analogico?

Ovvero dieci capolavori misconosciuti del cinema italiano minore scelti per la rieducazione del cinefilo snob

Andrea Pergolari e Guido Vitiello

Lavieri edizioni, 2011, 104 pagine, 11,50 euro

Dalla quarta di copertina di Alberto Pezzotta:

Illuminare Pasquale Festa Campanile con Schnitzler e Gozzano, usare Panofsky per analizzare la pseudo-soggetiva di una mosca in Reazione a catena di Mario Bava, leggere Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci come il film sulla fine della civiltà contadina che Pasolini non ha mai girato. Tanto fanno, Andrea Pergolari e Guido Vitiello, in questo aureo libretto. Ma non sono cinefili snob o accademici in vena di sfoggio. Il loro scopo, infatti, non è nobilitare i film che amano. Tali film, infatti (da Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno di Luciano Salce a Gran bollito di Bolognini), non ne hanno bisogno. Sono già nobili. Solo che non se ne è accorto quasi nessuno. I tanti che li hanno apprezzati, spesso, l’hanno fatto con un misto di senso di colpa e di esibizionismo trash (questo sì, snobistico). Pergolari e Vitiello, invece, sono l’anti-trash: non hanno bisogno di fingersi meno intelligenti di quello che sono, di giocare basso per cercare il facile ammiccamento. E mostrano quanto sia ricca e complessa tutta una fetta di cinema italiano a torto considerato “minore”, ma che è semmai medio, popolare e di genere. Un cinema che in parte coincide con la mai abbastanza elogiata commedia all’italiana, sistematicamente denigrata prima dagli ideologi e dai bacchettoni, e dopo dai fan della monnezza. Pergolari e Vitiello, inoltre, non parlano solo di piani-sequenza e montaggi eisensteiniani. In un libro di cinema, trovare citati José Ortega y Gasset o Thomas Mann di fianco al ragionier Ugo Fantozzi, è raro e fa bene. Nella barbarie che ci circonda, occorre essere sanamente démodé e coraggiosamente utopisti.
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Nuove metamorfosi di Tristano e altri saggi sui miti dell’amore

Denis de Rougemont. A cura e con un saggio di Guido Vitiello

Ipermedium Libri (collana Società moderna), 2011, 105 pagine, 13,50 euro

Dalla quarta di copertina:

«Esiste un solo romanzo, nelle nostre letterature! Una sola passione che impone le stesse peripezie in tutti i tempi da Tristano in poi, dall’epifania grandiosa e decisiva dell’archetipo della passione nel XII secolo». È la scoperta che Denis de Rougemont annuncia in queste pagine, che riprendono il filo della sua opera maggiore, L’Amour et l’Occident. Mutano i fondali e le persone del dramma, ma a occupare la scena della letteratura occidentale sono sempre loro, Tristano e Isotta, eroi di una passione che sceglie la trasgressione contro la norma, la notte contro il giorno, in ultimo la morte contro la vita.

Tre romanzi di amour-passion del ventesimo secolo – Il dottor Zivago, Lolita, L’uomo senza qualità – sono sottoposti da De Rougemont ad analisi mitologica, o «mitanalisi»: l’eroe di Pasternak insegue la sua Isotta, Lara, braccato da un Re Marco ferocissimo, il despota sovietico; Humbert Humbert venera un idolo avvolto dall’aura dall’interdetto, una «ninfetta» dodicenne; lo Ulrich di Musil si oppone al divieto più assoluto, l’incesto, amando la gemella Agathe.

Ovunque domina Tristano, che però è qui chiamato a fare i conti con altre due figure: Don Giovanni, che ha per l’occasione le fattezze di Friedrich Nietzsche, seduttore di tutte le idee del suo tempo; e Amleto, alter ego di un altro principe danese, Søren Kierkegaard, tormentato dalla sua vocazione come l’eroe di Shakespeare lo era dallo spettro paterno.
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La commedia dell’innocenza. Una congettura sulla detective story

Guido Vitiello

Luca Sossella Editore (collana Numerus), 2008, 164 pagine, 15 euro

Dalla quarta di copertina:

Il giallo, ci hanno ripetuto generazioni di studiosi, è prima di tutto un gioco intellettuale fondato sulla soluzione di un enigma. Eppure, come sanciva negli anni Venti S.S. Van Dine, grande “legislatore” della detective story e primo formulatore della puzzle theory, il gioco funziona solo a condizione che del sangue sia versato, e che la colpa di questo sangue ricada per intero, nell’ultima pagina, sulle spalle di un solo uomo. Di che gioco dunque si tratta?

Una possibile risposta l’ha abbozzata Northrop Frye: il giallo è un dramma rituale in cui giochiamo al sacrificio umano.

Il detective, officiante del rito, individua un pharmakos, un capro espiatorio, e restituisce l’innocenza a una comunità contaminata dal delitto. In questa chiave è possibile rivisitare le principali teorie del romanzo poliziesco, ripercorrere le intuizioni di autori come Auden, Blake, Brophy e Butor, e rileggere con occhi nuovi i romanzi della grande maestra della detective story, Agatha Christie.

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Dall’LSD alla Realtà Virtuale. L’esperienza mistica nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

Guido Vitiello

Lavieri edizioni, 2007, 180 pagine, 15,00 euro

Dalla quarta di copertina:

Nel maggio del 1953, a Hollywood, lo psichiatra Humphry Osmond incontrò un letterato amante delle tradizioni spirituali, Aldous Huxley, e lo iniziò ad alcune sostanze allucinogene che in seguito i due avrebbero battezzato psichedeliche. Dai loro incontri prese forma un’idea ardita ed entusiasmante: che fosse possibile riprodurre per via chimica le esperienze dei grandi mistici, accedere all’estasi suprema senza doversi sottoporre ad anni di mortificazioni, digiuni e rinunce ascetiche. Huxley ricapitolò le sue ricerche in un libro, Le porte della percezione, che segnò l’atto di nascita della cultura psichedelica californiana.

Nel 1989 un altro protagonista di quella stagione, il chitarrista dei Grateful Dead Jerry Garcia, sperimentò la Realtà Virtuale alla Autodesk e si affrettò a dichiarare: «Hanno reso illegale l’Lsd. Mi chiedo che faranno con questa roba». Negli ambienti della controcultura californiana si fece strada un’idea ancora più audace, l’idea che fosse possibile una “prosecuzione della psichedelia con altri mezzi”, meno dannosi per la salute mentale: il casco virtuale avrebbe offerto l’accesso a simulazioni elettroniche delle grandi esperienze mistiche. Nacque così la cyberdelia, con le sue due grandi varietà: quella individuale e “ascetica”, che arriva fino a sognare la liberazione dal corpo materiale e l’“immortalità elettronica”, e quella collettiva e dionisiaca, che si esprime nei rave, feste notturne dove si tenta di raggiungere la transe per mezzo dell’iperstimolazione tecnologica.

Dello strano matrimonio di mistica e tecnologia che si celebra in California da ormai quarant’anni questo libro cerca di ricostruire storia e significati.

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Una stagione all’inferno. Hans-Jürgen Syberberg e la questione della colpa nel cinema tedesco

Guido Vitiello

Ipermedium Libri, 2007, 180 pagine, 13,50 euro

Dalla quarta di copertina:

Dopo il crollo del Terzo Reich e la rivelazione coram globo dei suoi crimini, ha scritto Saul Friedländer, i tedeschi «sono stati intrappolati tra l’impossibilità di ricordare e l’impossibilità di dimenticare». Questa condizione paradossale si è riflessa fatalmente sullo schermo cinematografico, uno dei più potenti veicoli della formazione dell’identità nazionale e della memoria collettiva nei tempi in cui viviamo.

Sono ormai centinaia, dalla fine della guerra a oggi, i film tedeschi che hanno affrontato (o eluso) il passato nazista e la sua eredità morale. In queste pagine, tuttavia, si è scelto di parlare di un solo film, che Susan Sontag ha definito «il film più straordinario che io abbia mai visto, e una delle grandi opere d’arte del ventesimo secolo»: è Hitler, un film dalla Germania di Hans-Jürgen Syberberg, tetralogia wagneriano-brechtiana di durata impossibile (oltre sette ore) e di genere inclassificabile. È il film che meglio di ogni altro consente di riflettere sulla colpa tedesca, giacché la sua ambizione titanica – e inevitabilmente votata allo scacco – è proprio la liberazione dei tedeschi dal peso del loro passato traumatico. Ma il film di Syberberg offre anche un’occasione impareggiabile per rileggere l’intera storia del cinema tedesco, ripercorrendo a ritroso la traiettoria fatale delineata da Siegfried Kracauer: da Caligari a Hitler, dalle figure sinistre e perturbanti del cinema espressionista al delirio totalitario del “dodicennio nero”.
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Oltre il senso del limite. Giovani e giochi pericolosi

a cura di Valeria Giordano, Manolo Farci, Paola Panarese

Franco Angeli, 2013, 160 pagine, 20 euro

All’interno del volume c’è il mio saggio La vertigine e l’iniziazione. Congetture spericolate su giochi spericolati (pp. 107-116)

OltreIlSensoDelLimiteDalla quarta di copertina:

Sembra maturata, negli ultimi anni, l’idea che i giovani abbiano deciso di dedicare il loro tempo libero a inseguire la più recente moda in fatto di giochi pericolosi. A cadenza periodica, assistiamo all’invasione di servizi giornalistici che raccontano – tra condanna morale e curiosità folkloristica – gli orientamenti estremi più in voga tra gli adolescenti di tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Indonesia. Le immagini e i resoconti di pratiche come balconing, choking game, eyeballing ghost riding si mescolano così entro uno stesso calderone, dove spasso e azzardo si confondono, divertimento e disagio si sovrappongono e i giovani appaiono, contemporaneamente, vittime e carnefici delle più folli tendenze del momento.
Tuttavia il gioco pericoloso non è il semplice frutto di incoscienza o ignoranza del pericolo, né può essere relegato alla sola sfera del malessere o, peggio ancora, del comportamento patologico. Al contrario, rappresenta l’ultima declinazione di un linguaggio del rischio a cui gli adolescenti sembrano attingere per reclamare quelle esigenze personali e collettive che la società non è più in grado di garantire. Bere compulsivamente, sdraiarsi sotto un treno o saltare dal balcone di un hotel sono condotte che rinviano a dimensioni poco considerate dalla ricerca sociale, come il legame tra pericolo e piacere, abiezione e trasgressione, evasione e routine, autocontrollo e desiderio di superamento del sé.
Considerato in questi termini, il rischio giovanile diviene una risorsa per esprimere se stessi, per rafforzare la coesione e l’appartenenza a un gruppo, per affermare il proprio ideale di stile, gusto, consumo e svago collettivo.
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Una società di stupratori?

Marcela Iacub

Medusa edizioni, 2012, 102 pagine, 11 euro

Dalla mia prefazione:

Con una limpidezza argomentativa tutta cartesiana e una prosa che preferisce, per così dire, il secco all’umido, Marcela Iacub esamina gli usi ideologici che del caso Strauss-Kahn ha fatto il femminismo radicale francese. Lo scopo: proporre una nuova logica ispiratrice della legislazione sullo stupro, volta a farne un «reato sessista», un’espressione dei rapporti di forza vigenti nella società e non già un attentato, tra le altre cose, all’autodeterminazione e alla libertà sessuale. Se la liberazione sessuale degli anni Settanta aveva celebrato tutte le forme della vita erotica purché fossero consensuali, questo nuovo femminismo cavilla quanto più possibile proprio sulla questione del consenso. Al punto di dire – come nel caso di Strauss-Kahn – che la soggezione suscitata da un uomo potente svuota l’eventuale consenso del suo contenuto di libertà, equiparando di fatto un rapporto sessuale a uno stupro; al punto di credere che una donna che accusa un uomo di stupro non possa, in fin dei conti, mentire quasi mai, e che le sue eventuali menzogne siano anch’esse un prodotto del trauma patito; al punto di ammettere che una donna, riscossa d’improvviso dalla sua soggezione psichica, possa ridefinire retrospettivamente un atto consensuale come stupro, e pretendere che ne seguano le vie legali; al punto, infine, di insinuare che esistano pratiche erotiche e perfino posizioni amatorie «oggettivamente» violente e sessiste, consensuali o meno che siano – quasi una variante dei vecchi manuali dei confessori.

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Lost. Analisi di un fenomeno (non solo) televisivo

a cura di Romana Andò

Bonanno editore, 2011, 232 pagine, 20,00 euro

All’interno del volume c’è il mio saggio Una genealogia di Lost. Appunti sparsi sull’epica moderna, il feuilleton, l’opera d’arte totale e il sacro da baraccone (pp. 35-46).

Dalla quarta di copertina:

Lost è una serie tv prodotta dalla ABC, in onda, per sei stagioni, dal 2004 al 2010, con ottimi risultati in tutto il mondo in termini di ascolto, ma soprattutto uno straordinario successo in termini di audience engagement.

A più di un anno dalla fine della programmazione on air se ne continua a parlare perché Lost è stato e rimane un prodotto unico nel panorama contemporaneo e si presta a infinite lezioni sul mondo della comunicazione, e sulla trasformazione del sistema dei media nella cultura convergente. Lost è un evento mediale; un prodotto originale quanto a scrittura; innovativo quanto a tecnologie di distribuzione e fruizione; immersivo quanto a esperienza di consumo; spreadable quanto a capacità di produrre e alimentare le pratiche della connected audience.

Questo volume punta, dunque, ad aprire tanti spazi di discussione sulla serie quante sono le prospettive di osservazione con cui è possibile avvicinare Lost: dallo sguardo dei produttori, dei broadcaster, delle media companies, a quello della ricerca sulle audience e sui social media, dal punto di vista dei fan a quello degli studiosi delle potenzialità testuali e narrative della fiction, con l’obiettivo di capire cosa è cambiato e cosa succederà dopo Lost.

Con scritti di: Boccia Artieri, Buonanno, Ciofalo, Gianturco, Leonzi, A. Marinelli, G. Marinelli, Valeriani, Vellar, Vitiello.


L’invenzione del luogo. Spazi dell’immaginario cinematografico

a cura di Andrea Minuz

Edizioni ETS, 2011, 184 pagine, 14,00 euro

All’interno del volume c’è il mio saggio Fuoricampo. Immaginare e ricostruire Auschwitz al cinema (pp. 141-162).

Dalla quarta di copertina:

Il Bates Motel di Psyco, l’Overlook Hotel di Shining, deliberatamente inventato da Kubrick, o la via Veneto de La dolce vita, integralmente ricostruita da Fellini: al pari dell’architettura, i film ci propongono un’esperienza dello spazio e ci conducono in luoghi e paesaggi riconoscibili, a volte totalmente ricreati come mondi possibili. Preesistenti o fabbricati, i luoghi dei film sono sempre il frutto delle falsificazioni costitutive del cinema; si configurano come ambienti virtuali perché lo spazio ripreso – creato dal lavoro di scenografi o da manipolazioni digitali – prende vita soltanto nella nostra esperienza di spettatori. Per poi entrare nel nostro immaginario e dargli forma.

“L’invenzione del luogo” presenta e studia alcuni tra gli spazi più celebri della storia del cinema, dai paesaggi naturali del western, come la Monument Valley, ai luoghi urbani come Las Vegas, una città costruita di per sé sul crinale tra reale e immaginario. In questo libro l’esperienza cinematografica e il lavoro sul set incrociano la riflessione culturale sul concetto di luogo nelle sue radicali mutazioni contemporanee (non-luoghi, iperluoghi, cyberluoghi, luoghi della memoria…) e, con esse, nelle nuove forme di immaginario che vi si producono.

Con scritti di: Simone Arcagni, Paolo Bertetto, Rossella Catanese, Lorenzo Marmo, Andrea Minuz, Paolo Noto, Silvia Vacirca, Valentina Valente, Guido Vitiello.

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La banda Baader-Meinhof

Film di Uli Edel, Libro a cura di Benedetta Tobagi

Feltrinelli (collana Le Nuvole), DVD + Libro, 2009, 64 pagine, 18,90 euro

Nel volumetto allegato al film, Lo spettacolo della violenza. Terrorismo tedesco e cinema (a cura di Benedetta Tobagi), c’è un mio saggio intitolato L’autunno tedesco e l’ombra lunga di Hitler. Cinema e terrorismo in Germania (pp. 15-41). Il saggio era già stato pubblicato nel 2007 in Schermi di piombo. Il terrorismo nel cinema italiano edito da Rubbettino, a cura di Christian Uva.

Dalla quarta di copertina:

Giugno 1967. La nota giornalista di sinistra Ulrike Meinhof decide di trasferirsi per seguire da vicino i moti di rivolta che stanno sconvolgendo Berlino. Ulrike presto si trova coinvolta nell’azione armata che libera dal carcere il giovane leader Andreas Baader: è per lei l’entrata definitiva in clandestinità.

Insieme con Baader e Ensslin, Meinhof fonda la “Rote Armee Fraktion” con lo scopo di diffondere la resistenza armata e l’azione terrorista. Il gruppo da l’avvio a una serie di rapine in banca e mette in atto un gran numero di attentati violenti e mortali. Il capo della polizia della Germania federale Horst Herold oppone al gruppo un gigantesco apparato di polizia che nel 1972 riesce a catturare Baader, Ensslin e Meinhof insieme con altri membri della Raf. Ma dal carcere il gruppo riesce a guadagnare un reale potere politico. La gente, in misura sempre crescente, dimostra di sostenere la loro causa e l’organizzazione fa nuovi proseliti. All’interno del gruppo, però, i motivi di tensione aumentano. Nel maggio 1976 Ulrike Meinhof si suicida nella sua cella. L’ultimo atto è vicino: due spettacolari azioni della Raf, ossia il rapimento di un noto industriale e il dirottamento di un aereo, provocano la reazione dello stato: la frenetica ricerca dell’industriale resta vana, ma l’aereo viene liberato da una squadra antiterrorismo. La mattina successiva, Ensslin e Baader sono trovati morti nelle loro celle. Per ritorsione, la Raf uccide l’industriale.

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Blue Lit Stage. Realtà e rappresentazione mediatica della tortura

a cura di Manolo Farci e Simona Pezzano

Mimesis (collana Eterotopie), 2009, 271 pagine, 18,00 euro

All’interno del volume c’è il mio saggio La Nazi-Sexploitation e il “teatro della crudeltà” del potere (pp. 173-195).

Dalla quarta di copertina:

Nel 2004 la circolazione mondiale delle foto di Abu Ghraib ha mostrato una inedita relazione tra spettacolarità e tortura. Emersa dalle segrete delle prigioni, la tortura diviene nella storia moderna una pratica che non attiene più solo al silenzio disciplinante del potere, ma alla visione indisciplinata dei consumi. Tutto si confonde nella rete: le umiliazioni del carcere iracheno con le pubblicità sado-chic di Vogue, le raccapriccianti immagini catturate con i videofonini dai soldati americani con la pornografia amatoriale, i corpi straziati delle vittime di torture con le sperimentazioni estreme della body art. I contributi presenti in questo volume, arricchito da un’ampia scelta di immagini, tracciano nuove prospettive d’analisi sul complesso fenomeno della tortura e sul modo in cui i media occidentali l’hanno mostrata. Saggi e interventi di: Alberto Abruzzese, Gianni Canova, Michel Maffesoli, Franco Rella, Antonio Scurati, Ugo Volli.

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The Gender of Memory. Cultures of Remembrance in Nineteenth- and Twentieth-Century Europe

a cura di Sylvia Paletschek e Sylvia Schraut

Campus Verlag, 2008, 350 pagine, 52 $

Il mio capitolo si intitola Deutschland, bleiche Mutter: Allegories of Germany in Post-Nazi Cinema (pp. 147-157).

Dalla quarta di copertina:

This volume addresses the complex relationship between memory, culture, and gender—as well as the representation of women in national memory—in several European countries. An international group of contributors explore the national allegories of memory in the nineteenth and twentieth centuries, the relationship between violence and war in the recollections of both families and the state, and the methodological approaches that can be used to study a gendered culture of memory.

Wie werden Frauen in den nationalen Erinnerungskulturen europäischer Länder repräsentiert? Wie wird an Frauen erinnert in Zusammenhang mit Krieg und Gewalt? Dieser Band macht deutlich, dass einem öffentlichen Gedenken, das weibliche Erfahrungen einbezieht, bisher enge Grenzen gesetzt sind. Eine Reflexion der Erinnerungskultur unter Genderaspekten ist ebenso geboten wie eine Dekonstruktion des nationalen Bezugrahmens.

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Schermi di Piombo. Il terrorismo nel cinema italiano

a cura di Christian Uva

Rubbettino (collana Varia),  2007, 284 pagine, 18,00 euro

Ilmio capitolo è L’autunno tedesco e l’ombra lunga di Hitler. Cinema e terrorismo in Germania (pp. 185-207).

Dalla quarta di copertina:

Il libro ripercorre la stagione degli anni di piombo secondo una prospettiva inedita, quella offerta dalla “lente” cinematografica. L’itinerario si snoda attraverso l’articolata e sofferta relazione tra il cinema e i terrorismi, nel contesto più generale della violenza politica nell’Italia degli anni ’70. Nell’intento di guardare la realtà per come il grande schermo la rappresenta, si vuole affrontare la “tragedia della ragione e della rabbia” che ha aperto la via alla lotta armata, esaminandone le diverse declinazioni ideologiche, le implicazioni umane e psicologiche, le conseguenze sul piano sociale e politico, avvalendosi dell’ampia mole di film legati a vario titolo a quella stagione. Se anche il grande schermo si è talvolta conformato a un “pensiero unico” che si è sottratto a un reale confronto con le motivazioni di quel fenomeno, la filmografia presa in esame testimonia l’ampio sforzo del cinema popolare, come di quello colto, di fotografare e interpretare le tensioni e i drammi che hanno sconvolto il Paese sotto forma di violenza politica tra “opposti estremismi” di vero e proprio terrorismo, di stragismo e di piani eversivi originati da sezioni deviate dello Stato. Una serie di saggi monografici di giovani studiosi, testimonianze di ex terroristi, scrittori e cineasti sono parte integrante del volume, contribuendo a mettere a fuoco le zone più nevralgiche del dibattito, approfondendo e problematizzando alcuni nodi non ancora sciolti della storia recente italiana.

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Cuba. Totalitarismo tropicale

Jacobo Machover

Ipermedium Libri (collana Società moderna), 2007, 136 pagine, 12,50 euro

La mia introduzione si intitola Un piccolo contributo alla fine dell’embargo editoriale (pp. 7-20).

Dalla quarta di copertina:

La rivoluzione non è “degenerata” in un momento preciso della sua storia: né dopo la morte del Che nel 1967, né con l’appoggio all’invasione sovietica in Cecoslovacchia nel 1968, né in seguito al “caso Ochoa” nel 1989, né per effetto della legalizzazione del dollaro nel 1993, né a causa dei massicci arresti di dissidenti nel 2003. In realtà, fin dall’inizio il frutto era bacato. La rivoluzione cubana non è mai stata un movimento puro e generoso: fu una presa del potere segnata dal marchio della rivincita, con la volontà di fare tabula rasa e la determinazione di sbarazzarsi in ogni modo di chiunque si opponesse al cambiamento generale.

Il castrismo non è solo una variante sui generis del sistema comunista, né il prodotto della megalomania tirannica di un solo uomo. È soprattutto il laboratorio di un totalitarismo tropicale, che si è mantenuto così a lungo al potere grazie all’indulgenza complice di intellettuali, politici, creatori d’opinione: di tutti quelli che non hanno mai voluto vedere che dietro l’illusione romantica si nascondeva la tragedia di un popolo intero.

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Il sistema Fenech

a cura di Andrea Pergolari

Un mondo a parte (collana Cult), 2007, 196 pagine, 16,00 euro

Poi fate come vi pare, ma non credo possiate perdervi la mia prefazione L’Eterno Femminino disonorato con onore (pp. 7-9)

Dalla quarta di copertina:

Dottoressa, poliziotta, insegnante, pretora, soldatessa. Le mille incarnazioni di Edwige Fenech sullo schermo hanno popolato l’immaginario erotico di più di una generazione di spettatori, rimbalzando dalle sale degli anni settanta alle tv private dei decenni successivi e consacrandone il ruolo di musa indiscussa di una stagione del nostro cinema. E proprio mentre lei si reinventava produttrice di rango, rinnegando più volte la carriera scollacciata, la giovane critica militante (per non parlare di Quentin Tarantino) l’ha riabilitata, coprendola di allori: insieme, infatti, alla rivalutazione del cinema di genere di quegli anni, è emersa la figura di una professionista impeccabile, capace come poche di richiamare il pubblico e creare intorno a sé un vero e proprio “sistema” produttivo. Il volume racconta e analizza a tutto tondo la carriera dell’attrice, tra ironia e rigore documentario, affetto sincero e spirito goliardico. Il risultato è la prima monografia completa su Edwige Fenech, che le restituisce un’immagine lontana dai cliché. Tanto più che, come scrive Pergolari nel saggio introduttivo, “è l’unica attrice del cinema italiano degli ultimi trent’anni capace di essere rievocata da tutta la popolazione anche solo nominandola. L’unica attrice del cinema italiano degli ultimi trent’anni cui possa essere dedicato un libro come questo”.

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Materiali di Sociologia

a cura di Antonio Cavicchia Scalamonti

Ipermedium Libri (collana Manuali), 2006, 324 pagine, 18,50 euro

All’interno del manuale potete trovare il mio saggio che si intitola La secolarizzazione (pp. 63-84).

Dalla quarta di copertina:

Nel progettare un manuale introduttivo alla sociologia, mi sono trovato di fronte a un dilemma: cercare, assemblando ponderosi volumi, di trasmettere una visione d’insieme, la più ampia possibile, delle conoscenze sociologiche o limitarsi a fornire alcuni aspetti d’esse scelti per la loro importanza, per la loro attualità e non per ultimo per il loro fascino? Ho scelto questa seconda strada per un motivo: anche i migliori manuali, se non vengono successivamente ripresi, raramente lasciano altro, nella memoria di chi li studia, che brandelli sparsi difficilmente assemblabili. Un insieme di saperi circoscritti ha invece il vantaggio di essere interiorizzabile più facilmente. Quello che mi interessa in effetti è convincere che esiste un modo di pensare sociologico che non solo ha una fortissima capacità euristica, ma che è anche una straordinaria e spesso affascinante maniera di affrontare problemi che da sempre intrigano l’umanità.

Per questo ho raccolto attorno a me colleghi e amici pregandoli di dare il loro meglio su di un tema a cui da tempo lavoravano; e di non essere troppo specialistici, di non cedere al fascino dell’incomprensibile che spesso affligge molti dei nostri colleghi, e di scrivere con quell’amore per l’oggetto della propria materia che caratterizza un vero studioso.

Il risultato sono questi Materiali di sociologia. Spero che gli studenti cui è destinato vi trovino – almeno in parte – motivo per apprendere e amare questa affascinante disciplina.

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Una voce dall’altra riva

Alain Finkielkraut

Ipermedium Libri (collana Società moderna), 2005, 104 pagine, 12,50 euro

Ilmio saggio introduttivo si intitola Filosofia, ninfa gentile (pp. 7-34).

Dalla quarta di copertina:

“Una voce viene dall’altra riva. Una voce interrompe il dire del già detto”, scrive Emmanuel Lévinas. È la voce del passato che parla al presente, dei morti che si rivolgono ai vivi, dei sommersi che interpellano i salvati.

Ma come rispondere? Come non man­­care all’appuntamento? Come non tradire quella voce disarmata, che solo dalla fedeltà dei vivi può trarre forza? Per trovare risposta a questi assilli Alain Finkielkraut sceglie di partire dall’evento che più di ogni altro ha rimesso in gioco le nostre certezze sulla possibilità della memoria, e dunque della trasmissione: Auschwitz, ovvero la sofferenza inspiegabile, il crimine esorbitante e “intoccabile” che fa apparire insignificanti gli altri massacri che abbiamo sotto gli occhi.

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Il lavoro vi farà uomini. Omosessuali e dissidenti nei gulag di Fidel Castro

Félix Luis Viera

Cargo (collana Biblioteca di Cargo), 2005, 271 pagine, 14,00 euro

Nel libro, tradotto da Marcella Solinas, c’è una mia Postfazione (pp. 261-271).

Dalla quarta di copertina:

Per raccontare il regime repressivo di Fidel Castro l’autore narra la storia di Armandito Valdivieso, il protagonista-narratore, che ha trascorso anni terribili per via della spietata persecuzione non solo per gli oppositori al regime, ma anche semplicemente coloro che sono a esso indifferenti, coloro che seguono altre religioni o che hanno gusti sessuali diversi. E proprio agli omosessuali era riservato un trattamento disumano: privati di ogni diritto, costretti a un addestramento militare durissimo al fine di renderli “virili”, imprigionati in celle sporche, sovraffollate e dal calore insopportabile, sottoposti alle più degradanti torture.

“Nelle società comuniste la discriminazione e la persecuzione degli omosessuali furono tanto feroci quanto nella Germania nazista. Fidel Castro, per esempio, creò le Umap, Unità mobili di aiuto alla produzione, ovvero campi di concentramento dove venivano rinchiusi gli omosessuali assieme a criminali e dissidenti politici”.        Mario Vargas Llosa

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Sociologi della Comunicazione. Un’antologia di studi sui media

a cura di Luca Bifulco e Guido Vitiello

Ipermedium Libri (collana Manuali), 2004, 208 pagine, 14,00 euro

Dalla quarta di copertina:

Nel corso di questi ultimi anni, parallelamente al crescente interesse generale per i temi inerenti il fenomeno della “comunicazione”, stiamo assistendo ad un vertiginoso aumento dell’attenzione nei confronti dell’analisi e della ricerca scientifica dei processi comunicativi da parte delle istituzioni universitarie italiane. La proposta di corsi di laurea di primo e di secondo livello si moltiplica e lo stesso accade per i corsi di master e di dottorato, interessando oramai anche Facoltà tradizionalmente poco aperte ad un sapere così marcatamente interdisciplinare. Ma è forse proprio questa peculiare interdisciplinarietà una delle principali fonti di ricchezza della ricerca sui media, che ha fatto sì che tali tematiche abbiano finito per disporre, allo stato attuale di espansione, di molteplici e tutte plausibili “paternità”. Dall’ingegneria alla psicologia, dalla linguistica alla filosofia sono infatti diversi e assai variegati i possibili riferimenti alle presunte “fondamenta” di questo settore di ricerca. Il testo che viene qui proposto intende fornire una prima presentazione di quegli studiosi il cui nome, per una ragione o per l’altra, ricorre costantemente in citazioni, esempi, quadri teorici e metodologici presenti nella letteratura scientifica sull’argomento.

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Cucina alternativa (3 voll.)

Guido Vitiello

Lunatic Press, 1982

Forse non lo sapevate, ma ho all’attivo ben tre libri di ricette; per l’esattezza tre album, compilati in un empito di febbre creativa nell’inverno del 1982. Si intitolano tutti e tre Cucina alternativa… Come fa, domanderete voi, un bambino di sei anni appena compiuti a sapere il significato della parola “alternativo”? E infatti non lo sapevo. Mi ero imbattuto in una storia di Walt Disney intitolata Paperino e la cucina alternativa (l’ho rintracciata: è uscita sul numero del 17 gennaio 1982 di Paperino & Co.) e il suono di quella parola mi aveva incantato.

Per venti lunghi anni ho dimenticato quella trilogia d’esordio – fino al giorno in cui sono andato a vivere da solo. Nel panico, quando mi sono visto stretto tra la Scilla epatocida delle friggitorie e la Cariddi dell’inedia assoluta, mi sono rivolto a quell’antica fonte di sapienza. Invano. Ho scoperto che si tratta per lo più di ricette non attuabili: non portano indicazioni sui dosaggi, e soprattutto si servono di ingredienti immaginari. Forse sono scritte in lingua elfica. Come che sia, la chiave è perduta. Vatti a fidare dei bimbetti. Ai miei ricettari d’infanzia ben si addice la battuta di Groucho Marx in Duck Soup (1933): “Anche un bambino di quattro anni potrebbe capirlo… Va’ a trovarmi un bambino di quattro anni perché io non ci capisco niente”.

Written by am

settembre 23, 2010 a 8:25 pm

4 Risposte

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  1. [...] fa, mentre studiavo L’anatomia della critica di Northrop Frye per il mio libro sul romanzo poliziesco, mi accorsi, per esempio, che c’era poco da fidarsi [...]

  2. [...] atroci, come Brizzi e Ballestra per intenderci. Poi, anni fa, quando cercavo un editore per il mio libro sul romanzo poliziesco e il sacrificio umano, qualcuno mi suggerì il nome di Transeuropa, [...]

  3. [...] lo schema proposto da De Rougemont. Che però, suggerisce Guido Vitiello nell’introduzione alle Nuove metamorfosi di Tristano da lui curate per Ipermedium libri, non deve essere valutato secondo i consueti criteri della [...]

  4. Molto, ma molto interessante, da seguire con attenzione.

    Cordialmente

    Carlo Grassi

    Carlo Grassi

    novembre 25, 2013 at 6:03 pm


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